Agonia di un decennio, New York ’78

Manuel Puig
Sellerio

Da qualche mese a questa parte sono fortemente attirata dalla letteratura sudamericana, forse per la crescente attenzione dimostrata negli ultimi tempi da diverse case editrici indipendenti, talune dall’univoca vocazione ispanofona. Mi sono così imbattuta in Agonia di un decennio, New York ’78 di Manuel Puig, scrittore e drammaturgo argentino che fece del cosmopolitismo la sua bandiera.

Manuel Puig in una foto scattata nel 1979 (foto di Elisa Cabot)

Si tratta di una raccolta di dodici brevi racconti, pubblicati nel 1978 sulla rivista di lingua spagnola Bazaar, inerenti la sessualità secondo molteplici declinazioni. Le narrazioni sono condotte tutte in prima persona, secondo modalità che si avvicinano ad un soliloquio o ad una solitaria seduta psicoanalitica; vengono ivi descritti incontri, telefonate, dialoghi che diventano monologhi, dove l’interlocutore muto diventa a sua volta voce narrante in una sorta di staffetta di pensieri e punti di vista. La metà dei racconti prende le mosse dai versi di una nota canzone latinoamericana che apre la scena e fa da colonna sonora all’intera narrazione.

Querida/o… vuelvo otra vez a conversar contigo, la noche… trae un silencio que me invita a hablarte, y pienso… si también tú compartirías, los sueños tristes de este amor extraño…

Funge da quinta scenica New York che, dopo gli anni della contestazione studentesca, si avvia verso un inesorabile declino: disincanto, apatia politica e crescente individualismo ne hanno trasformato via via il volto e con esso l’immaginario collettivo del grande sogno americano. La mancata accuratezza descrittiva della città americana e dei suoi luoghi ne rende i contorni sfumati spostando i riflettori, di volta in volta, su Buenos Aires, Roma e Londra all’insegna di quel cosmopolitismo che tanto ha contraddistinto la vita di Manuel Puig.

New York by night (foto di reynermedia)

Universalità dunque, non particolarismi geografici. Gli individui, nella veste di comuni esseri umani, rimangono fedeli alle loro elementari pulsioni e disagi ed esprimono tutto il loro sconforto per le loro insignificanti e solitarie esistenze. Ciò che contraddistingue i protagonisti di tali racconti è la precarietà delle loro vite, la transitorietà delle loro vicende e sensazioni in un continuo vagheggiamento dell’altrove e del passato. Le storie narrate sono altresì contingenti, benché siano “ritratti di eventi minimi”, come sono state definite da Angelo Morino nella postfazione, non risultano legate alla quotidianità quanto piuttosto all’effimera ricerca di piacere, talora meramente immaginifico ancorché ristoratore. Nell’ebbrezza dell’oblio le necessità carnali non appaiono bieche e deplorevoli ma sono dettate dall’imperativo di evadere dalla banalità del quotidiano e dalla concretezza di tutti i giorni per rifugiarsi nel sogno e godere di un momento di labile requie.

Certe volte li lascio esausti. Che non mi vengano fuori con l’incomunicabilità, è roba degli anni sessanta, vadano a raccontarla ad Antonioni. Questo è l’anno ’78 e io sono una donna pioniera in molti sensi. Passo all’altro candidato. Un sogno, sa di tutto, è sulle onde più moderne, è persino riuscito a farmi capire le teorie di Chomsky.

Tale raccolta è assimilabile, in un certo qual modo, ad un album fotografico nel quale le storie, in guisa di istantanee, immortalano uno scorcio, una situazione surreale e a suo modo poetica (anche il titolo sembra richiamare la didascalia manoscritta sul retro di una vecchia foto…).

I racconti descrivono attraverso una specifica tematica, che è quella del sesso e della rivoluzione sessuale, le vicende e la condizione di una generazione di immigrati ispanici nella Grande Mela sul finire di un decennio che ha visto il compimento di tante battaglie e rivolgimenti sociali. Non si tratta solo di una riflessione antropologica sulle rivendicazioni identitarie di un popolo, ma del tentativo di superare il paradigma individualista a favore di una visione collettiva di ciò che rimane degli ideali ereditati – e poi sviliti – a partire dagli anni della contestazione giovanile.

Cosa è accaduto dal 1968 al 1978? I proponimenti di lotta per la libertà e giustizia sociale trovano la loro conclusione con la fine degli anni ’70, travolti dalle nuove ondate di perbenismo ed ipocrisia?

Cosa non mi piace più adesso? Innanzitutto l’acre risacca che hanno lasciato gli anni felici dell’emancipazione sessuale, razziale e politica.

Le promesse di riscatto sociale di coloro che, in un modo o nell’altro, furono degli emarginati sono state disattese dalla storia; le lotte e gli affanni per un mondo più equo si sono estinti con l’arrendevolezza degli istinti alle nuove frontiere del benessere e dell’immediato appagamento.

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