La ferrovia sotterranea

Colson Whitehead

In una delle tante fiacche domeniche invernali al centro commerciale, girovagando tra gli scaffali del reparto dedicato ai libri, ho adocchiato La ferrovia sotterranea. Faceva capolino, nella bella edizione Big Sur, con una fascetta gialla che la fasciava come una reginetta di bellezza e che recava la scritta “Vincitore del Premio Pulitzer 2017”. Ormai avrete intuito quanto debole sia il mio animo anche di fronte ai più banali espedienti editoriali che mirano alle vette delle classifiche. Beh, solo quando si parla di bei libri, s’intende!

Colson Whitehead at 2011 Brooklyn Book Festival (Foto di editrrix NYC, 2011)

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento la giovane schiava nera Cora decide di abbandonare la piantagione di cotone, e con essa la sua condizione di prigionia, e di partire, assieme all’amico Caesar alla volta degli stati del Nord, verso la libertà. Durante la loro rocambolesca fuga si serviranno della Ferrovia Sotterranea, la rete clandestina di abolizionisti che coadiuvavano gli schiavi a scappare e alla quale Whitehead ha ingegnosamente dato le fattezze materiali di un mezzo di trasporto che si sposta nel sottosuolo.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Foto di E. Rizzo)

Già dal primo capitolo si coglie la portata del retaggio di dolore della stirpe della protagonista e si intuisce quale sia il sistema di valori attraverso cui decodifica la realtà. Nel bagaglio che Cora porta con sé vi sono ben più che l’accetta, la pietra focaia e le patate dolci: vi sono le speranze, la rabbia, la muta disperazione di intere generazioni di afroamericani. Le pagine di questo romanzo sono intrise di brutalità, ma lo scrittore non indugia in descrizioni crudelmente minuziose né indulge nella gratuità della violenza.

“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito”, proseguì Ridgeway. “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano”

Non è un libro perfetto. Le descrizioni di taluni personaggi risultano un po’ artefatte soprattutto laddove si scorgono, anzitempo, i prodromi di un inesorabile destino. Tra l’altro nella costruzione della narrazione si intravede il lavorio letterario dell’autore e ciò la rende meno credibile e potente. Mi riferisco in particolare ai capitoli interamente dedicati a personaggi secondari che, spesso, non aggiungono molto alla storia. Si tratta di notazioni “a margine” che corredano la narrazione, in modo piuttosto vago e poco coerente, come la sterilizzazione delle donne nere nella Carolina del Sud, di suggestioni cupe e descrizioni quasi caricaturali che, se da una parte risultano convincenti per gli ammiccanti riferimenti alla cultura pop e fumettistica, dall’altro tolgono forza e, in qualche modo, sminuiscono la portata della tematica affrontata.

Non è un libro perfetto. Ma è necessario. Soprattutto nella temperie culturale che stiamo vivendo, dominata com’è dalle nuove, recrudescenti ondate di razzismo. Da questo punto di vista, la vincita del Premio Pulitzer e del National Book Award non può non essere considerato un atto politico, un chiaro segnale della presa di coscienza di un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più aberranti.

La piantagione di James Hopkinson (Foto di Henry P. Moore, 1862-63)

Alle avventure dei due giovani schiavi si accompagna, inoltre, la riflessione sulla nascita degli Stati Uniti d’America e sulla brutalità messa in atto ai danni di nativi americani e africani al fine di compiere il grande “Destino manifesto”. La sopravvivenza e la legge del più forte divengono il fondamento dell’imperativo americano, la necessità, quasi primordiale, che sottende alla nascita della nuova nazione. A questo punto diviene legittimo chiedersi se e quanto ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, pesi, sul Nuovo Mondo, il fardello di dolore e crudeltà che ha lordato, fin dai suoi esordi, un sogno di democrazia e libertà.

“E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui.”

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