La via del bosco

Long Litt Woon

Dopo più di un anno dalla mia ultima recensione, eccomi di nuovo su questi schermi a parlare di libri!

In questo autunno uggioso, benché insolitamente tiepido, ho deciso di leggere una storia di lutto, funghi e rinascita – come recita il sottotitolo -, un libro che ben si adatta alle atmosfere malinconiche e fascinosamente decadenti del periodo: La via del bosco.

Long Litt Woon, antropologa di origine malese trapiantata ad Oslo fin dalla giovinezza, si ritrova a dire inaspettatamente addio al marito Eiolf dopo 34 anni di matrimonio felice. Smarrita e alla deriva del dolore, è sopraffatta da un ineffabile apatia, quando, nella sequela di giornate dominate da una monotona malinconia, arriva – inattesa – una proposta: partecipare ad un corso per micologi dilettanti.

Long Litt Woon (Image from https://www.bbc.com/news/stories-49488814)

Questa è la storia di un viaggio cominciato quando la mia vita si è ritrovata capovolta: un giorno Eiolf è andato al lavoro e non è tornato a casa. Non è tornato mai più. La vita, per come la conoscevo io, è sparita di colpo. Il mondo è cambiato per sempre.

Da questa esperienza luttuosa e, poi, di guarigione dal dolore, vede la luce La via del bosco, un insolito racconto autobiografico che si alterna ad ampie sezioni descrittive sui molteplici aspetti del mondo della micologia. Seguiamo dunque con la scrittrice due percorsi paralleli: uno interiore, attraverso il sentiero tortuoso del lutto, e uno esterno, nell’affascinante regno dei funghi, essenziali nel ciclo di morte e rinascita della natura. In questo intimo e personalissimo viaggio emotivo, l’esperienza di lettura, lungi dall’essere una violazione voyeuristica del dolore, si configura come un racconto gioioso e commovente, a tratti persino divertente.

La via del bosco (Foto di E. Rizzo)

Con un piglio rigoroso e attraverso la lente dell’antropologa culturale, la Long ci conduce nelle idilliache foreste norvegesi, sulle spiagge assolate della Corsica fino al Central Park di New York, per scoprire le peculiarità di spugnole, steccherini, prataioli ed ovoli malefici. Il libro, corredato da un apparato grafico curatissimo, è un tuffo nel meraviglioso regno magico dei funghi, che la scrittrice ha saputo, mediante acute osservazioni, virtualmente materializzare dalle sue terapeutiche passeggiate nei boschi norvegesi.

Bosco di Monte Floyen, Bergen (Norvegia) (Foto di E. Rizzo)

La narrazione, che invero pecca forse di fluidità, è schietta ed asciutta ed è costellata da innumerevoli fatti edificanti ed acute osservazioni che lasciano intravedere la profondità di pensiero di una donna che è riuscita, nonostante tutto, a trovare una luce che potesse rischiarare i cieli plumbei della propria anima.

Per conoscere i funghi bisogna allenare l’intero apparato sensoriale, soprattutto l’olfatto, perché sia in grado di captare i dati necessari all’identificazione di una specie. E questo mi ha messa in difficoltà, probabilmente perché, oltre a essere una principiante, avevo un dolore che mi ottundeva tutti e cinque i sensi. E’ possibile che il fatto di immergermi nello studio dei funghi abbia accelerato il mio ritorno alla vita, proprio riattivando i motori dei sensi? Ricominciare a sentire il mondo è stato come svegliarmi da un sonno di cent’anni. Percepire significa esserci. Quando mi sono trovata costretta a usare i sensi in modi nuovi, poco per volta ho smesso di osservare la mia vedovanza dall’esterno e piano piano ho ripreso in mano la mia vita. Forse è questo il vero nesso tra i miei due viaggi, quello involontario nei labirinti del lutto e quello tutto volontario sui terreni della micologia.

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