La letteratura italiana negli anni Ottanta: il romanzo postmoderno (1/3)

La letteratura postmoderna, che nasce negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, tende a sfuggire a sintetiche quanto onnicomprensive definizioni. Si tratta, infatti, di una serie di istanze che, pur superando taluni degli aspetti più caratterizzanti del modernismo, ne raccoglie l’eredità portando alle estreme conseguenze aspetti come la frammentazione e l’autoriflessività dell’arte, l’indagine sugli stati mentali schizofrenici o psicotici e la relatività soggettiva. La strenua resistenza della letteratura postmoderna e del postmodernismo tout court alla definizione di “movimento” in sé coerente – benché, secondo recenti disamine, le più significative opere postmoderne possano essere considerate alla stregua di veri e propri manifesti – si riflette nella tendenza ad annoverare, tra i suoi precursori, scrittori appartenenti ad un ben più remoto orizzonte cronologico, come Cervantes (Don Chisciotte) e Laurence Sterne (Tristram Shandy).

Al di là di tali successive ridefinizioni letterarie, l’inquadramento del fenomeno, che si pone quale obiettivo lo smantellamento critico di ogni definizione, non consente di certo la reductio ad unum che comporterebbe l’apposizione di un’etichetta di genere: una delle caratteristiche peculiari della sensibilità postmoderna è infatti una visione fortemente aperta alla pluralità e alle differenze che implichi anche un ripensamento ed una valorizzazione dei fenomeni marginali. Un momento di decisiva rottura si può collocare nel passaggio dall’alienazione della modernità alla frammentazione della postmodernità e nell’atteggiamento contraddittorio rispetto alle istanze del passato. Occorre infatti considerare che, nel vasto arco di tempo che intercorre tra gli anni Cinquanta ed Ottanta, negli Stati Uniti coesistono, con le opere postmoderne, forme letterarie più tradizionali. L’eterogeneità dei modelli interpretativi e delle categorie conoscitive della letteratura postmoderna rende inoltre difficilmente individuabile con esattezza il cambio di paradigma rispetto alla modernità, e purtuttavia se ne possono scovare i prodromi già all’indomani del secondo conflitto mondiale, quando un netto cambio di prospettiva dovette essere intensificato dalle nuove teorie scientifiche e filosofiche ovvero il relativismo, la fisica quantistica, la teoria del caos – che segnarono la fine del ben conosciuto e stabile universo newtoniano – e, sull’altro fronte, il poststrutturalismo e la decostruzione che minarono la stabilità della metafisica occidentale.

Red room I, Vasiliy Ryabchenko (1989) – By Art of Odessa – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=63474638

Il termine “postmoderno” venne utilizzato, già nella prima metà degli anni Trenta, dal critico spagnolo Federico de Onís per indicare una minore ricettività al modernismo in ambito ispanico; ulteriori segnalazioni concernenti la genesi del fenomeno postmoderno possono essere ascritte al critico americano Dudley Fitts nel 1942, all’inglese Arnold Toynbee nel 1947 e al poeta Charles Olson con il suo The Present is Prologue (1955). A ben vedere, però, i più antichi ragguagli circa la ricorrenza del termine già nella prima metà del XX secolo si distanziano molto dall’accezione odierna. Nel 1959 il critico sociale e letterario Irving Howe utilizzò “postmodern” – con accezione negativa – in un saggio in cui affermava che l’origine del fenomeno postmoderno era da localizzare nella profonda crisi socio-culturale degli anni Cinquanta. Per lo studioso, inoltre, il postmoderno costituiva una categoria temporale piuttosto che formale. L’ambiguità semantica che sia accompagna all’indeterminatezza del fenomeno perdurerà parecchi anni: a partire dagli anni Settanta il termine valse ad indicare, in ambiente accademico come in ambito più genericamente culturale e divulgativo, una imprecisata tendenza della letteratura americana contemporanea, se non un innovativo fenomeno d’avanguardia e perfino di tendenza in grado di contenere tutto ed il contrario di tutto. L’annosa questione terminologica fu, in parte, risolta da John Barth in un seminario del 1991 durante il quale intese precisare la differenza semantica tra l’aggettivo “postmodernist”, che indica specificatamente le manifestazioni estetiche del fenomeno, e l’aggettivo “postmodern”, con il quale si intende il paradigma culturale sociale ed economico che è andato evolvendosi, dopo la seconda Guerra Mondiale, in contrapposizione al paradigma della modernità.

Tralasciando il dibattito sulla nomenclatura, nel corso degli anni autorevoli studiosi e critici letterari hanno fornito le coordinate teoriche e filosofiche per interpretare il fenomeno postmoderno e le sue implicazioni culturali, polarizzando la discussione su due fronti opposti: quello dei sostenitori, che guardavano con fiducioso interesse alla crisi dei sistemi di pensiero della modernità; e quello dei detrattori, preoccupati delle derive relativiste sottese all’abbandono del progetto conoscitivo della modernità. Per quanto concerne i primi, una disamina imprescindibile per la comprensione del postmodernismo è quella di Jean-François Lyotard che ne La condizione post-moderna. Rapporto sul sapere (1981) illustra come il paradigma postmoderno sia il frutto della sfiducia nelle metanarrazioni totalizzanti della politica e della storia del pensiero, quali il Cristianesimo, il Marxismo, il Liberalismo che non lasciano spazio alla differenza, all’opposizione e all’eterogeneità. I secondi hanno trovato in Jürgen Habermas (Il discorso filosofico della modernità, 1997), di posizione tradizionalmente marxista, un punto di riferimento per la teoria della ragione comunicativa, ovvero per l’idea di un razionalismo non fondamentalista che potesse dare soluzione sia alle aberrazioni prodotte dal razionalismo universalista di matrice illuminista, sia alla incontrollata proliferazione di versioni soggettive del reale. Il filosofo tedesco sostiene infatti che nella postmodernità possa essere visto il ritorno ad una condizione premoderna, una sorta di neoconservatorismo che concorrerebbe ad inaridire il dissenso politico e ad accettare acriticamente la realtà storica. La definizione dell’età contemporanea di Jean Baudrillard, sociologo francese, prevede derive ancora più preoccupanti, determinate dalla massiccia influenza dei mass media che generano un “reale senza realtà”: i simulacri originati dalla tecnologia come rappresentazioni formali di una realtà profonda passano infatti a snaturarla e svuotarla del senso primigenio. Da qui scaturisce, nel discorso letterario, l’irriducibile problematicità della conoscenza e la conseguente messa in discussione dell’esistenza di una realtà autentica; pertanto se l’età moderna era stata caratterizzata da modalità interpretative plasmate sull’ermeneutica e sulle tecniche di svelamento, il paradigma postmoderno conosce piuttosto un’immaginazione ossessiva e paranoica.

Jean-Francois Lyotard (Di Bracha L. Ettinger, CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2517804)

In linea con la riflessione sull’impegno politico si colloca invece una delle voci più autorevoli del dibattito sulla postmodernità statunitense, Fredric Jameson che nel suo Postmodernism, or the Cultural Logic of Late Capitalism (1984) identifica nel postmodernismo la logica culturale dominante del tardo capitalismo, analizzando le peculiari manifestazioni delle principali tendenze culturali e artistiche che danno la misura dei cambiamenti materiali della società contemporanea: dalla letteratura alla musica pop, dall’architettura alle rappresentazioni cinematografiche. In una logica neomarxista, il critico americano considera pertanto la sensibilità postmoderna perfettamente conforme alle logiche imperialistiche del sistema tardo-capitalistico, individuando nella profonda ristrutturazione sociale innescata dal nuovo ordine economico la causa primaria delle modificazioni di matrice più squisitamente culturale. Egli, inoltre, individua, con grande lucidità, le principali coordinate, estetiche e politiche, che caratterizzano la sensibilità postmoderna in campo letterario, ovvero: una nuova concezione e percezione delle dimensioni di spazio e tempo; un uso massivo del pastiche, privo delle implicazioni satiriche e gnoseologiche, mediante la pratica dell’assorbimento dei testi piuttosto che della loro circoscritta citazione; la perdita del senso di storicità accompagnata dalla sublimazione dell’immanenza dell’immagine come simulacro di un passato stigmatizzato; la frammentazione dei personaggi e la conseguente collimazione acritica tra soggetto e oggetto; l’appiattimento dei concetti di interpretazione e analisi critica. Il risultato di tali istanze è una proliferazione di linguaggi, parziali e contraddittori, che si stratificano attraverso una miriade di intertesti, ipertesti, frammenti eterogenei. Nella ricostruzione storico-critica dell’era postmoderna, alla televisione è ascritta la responsabilità di un ulteriore mutamento di prospettiva: per Jameson lo schermo ha sostituito il libro come forma di intrattenimento culturale primaria, provocando, in tal modo, una progressiva perdita del senso di profondità e riflessività poiché il considerevole ed ininterrotto flusso di dati e informazioni non consente alcuna distanza critica dello spettatore, immerso com’è in una continua produzione di immagini. Anche la nevrosi è una delle caratteristiche peculiari dei testi postmodernisti: i personaggi, che ne sono affetti per motivazioni personali, storiche o politiche, generano situazioni fortemente destabilizzanti di ipercontrollo e sorveglianza o rimangono intrappolati in scenari apocalittici che denotano la coscienza labirintica e la frammentazione interiore dell’individuo contemporaneo. Finanche la struttura di molte opere postmoderniste risulta talora modellata sulla scorta della mimesi degli stati paranoici e dei processi maniacali, incoraggiando in tal modo una lettura – ed una modalità di pensiero – schizofrenica, che non ambisce allo scioglimento delle tensioni interpretative neppure dopo l’ultima pagina. La narrazione, pertanto, pur giungendo alla risoluzione finale, rimane sempre aperta ramificandosi in infinite digressioni e possibilità di decodifica. Ulteriore elemento di complessità, a livello intertestuale, consiste, come già evidenziato, nei molteplici rimandi ad altri testi, utilizzati a scopo decostruttivo o semplicemente ludico, che contribuiscono ad ampliare a dismisura il testo – fino a sfociare spesso in uno sterile enciclopedismo – e ad alimentare lo spaesamento del lettore. Le affermazioni jamesoniane, così precise perentorie, sono state oggetto di critica da parte degli studiosi poiché ogni discorso teorico che abbia la pretesa di essere onnicomprensivo e totalizzante rischia di svilire un paradigma come quello postmoderno che si propone come aperto e pluralistico. (continua…)

Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo, Frwdric Jameson (Fazi Editore, 2015)

La lettura e la critica letteraria ai tempi dei social networks: una riflessione

All’indomani della pubblicazione della lista dei 57 libri proposti al Premio Strega e della “classifica di qualità” de L’Indiscreto, ho elaborato alcune riflessioni che ho deciso di condividere con gli sparuti lettori di questo blog, benché la mia opinione, oltre a non essere richiesta, non sia frutto di studi mirati e la mia passione per la lettura sia di natura puramente solipsistica ed edonistica.

Mi sono interrogata spesso sul ruolo dei social media sulle classifiche di vendita dei libri, ne avevo intuito la portata culturale e commerciale ma ritenevo, ingenuamente, si trattasse di un fenomeno relegato, per lo più, alle fasce più giovani e senza un reale influsso sulla letteratura tout court. Io stessa ho, talvolta, acquistato un titolo per la suggestione di una recensione appassionata, di una foto ammaliante, o per la reiterata proposizione di prodotti editoriali dalla veste accattivante. Altrettanto spesso, poi, mi sono schierata da una parte o dall’altra di opinioni estremizzate da parte di booktubers o bookgrammers, tacciando la parte avversa di poco spessore nei gusti letterari. In fondo fa tutto parte del gioco dell’internet.

Libri sul comodino (Foto di E. Rizzo)

La scorsa settimana ho assistito alla presentazione di un libro. L’autore, acclamatissimo, durante il dibattito, ha sentito la necessità di spiegare il motivo per il quale era stato criticato e di giustificare le scelte narrative effettuate, elencandone i criteri che vi erano sottesi e le finalità. Tra le parole ne ho scorto alcune che ricalcavano – quasi pedissequamente – le critiche mossegli qualche giorno addietro da un giovane e competente booktuber.

Da qui è scaturita una riflessione sulle rinnovate modalità di divulgazione della letteratura, sulle sue nuove potenzialità in termini sociali e culturali e finanche sugli assetti epistemologici sui quali, finora, si adagiava il dibattito letterario. La disciplina sembra, in un certo qual modo, sganciarsi dall’ambito accademico e il dibattito critico si è spostato sui commenti che popolano le tante pagine/profili/canali di Facebook, Instagram e YouTube create all’uopo.

Le statistiche che riguardano la lettura ci hanno da qualche anno abituati a numeri quasi ridicoli, denunciando non solo la scarsa abitudine da parte degli italiani di dedicare parte del tempo libero alla narrativa o alla saggistica, ma persino l’inconsistenza della denominazione di “lettori forti” a fronte di una trend di soli 12 libri l’anno. Eppure, sebbene la mia percezione sia probabilmente fuorviata dai miei interessi, il quadro che si ricava da una rapida ricognizione dei principali social networks è differente: sempre più persone sembrano interessarsi alla letteratura, talora persino divenendo i protagonisti, più o meno consapevoli, più o meno capaci, di una discussione letteraria sempre più allargata.

Queste poche righe equivalgono ad una constatazione. Lungi da me puntare il dito sull’inadeguatezza dei canali di comunicazione utilizzati o sulla presunta incompetenza di chi parla di libri sul web con passione, pur senza potersi annoverare tra gli addetti ai lavori. La pervicacia di certe affermazioni la lascio a chi si abbarbica arrogantemente al proprio percorso di studi e a chi non ha fantasia.

Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri metodi di conoscenza e di verifica. Le immagini di leggerezza che io cerco non devono lasciarsi dissolvere come sogni dalla realtà del presente e del futuro… Nell’universo infinito della letteratura s’aprono sempre altre vie da esplorare, nuovissime o antichissime, stili e forme che possono cambiare la nostra immagine del mondo… Ma se la letteratura non basta ad assicurarmi che non sto solo inseguendo dei sogni, cerco nella scienza alimento per le mie visioni in cui ogni pesantezza viene dissolta…(I. Calvino, Lezioni americane, 1988)

La ferrovia sotterranea

Colson Whitehead

In una delle tante fiacche domeniche invernali al centro commerciale, girovagando tra gli scaffali del reparto dedicato ai libri, ho adocchiato La ferrovia sotterranea. Faceva capolino, nella bella edizione Big Sur, con una fascetta gialla che la fasciava come una reginetta di bellezza e che recava la scritta “Vincitore del Premio Pulitzer 2017”. Ormai avrete intuito quanto debole sia il mio animo anche di fronte ai più banali espedienti editoriali che mirano alle vette delle classifiche. Beh, solo quando si parla di bei libri, s’intende!

Colson Whitehead at 2011 Brooklyn Book Festival (Foto di editrrix NYC, 2011)

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento la giovane schiava nera Cora decide di abbandonare la piantagione di cotone, e con essa la sua condizione di prigionia, e di partire, assieme all’amico Caesar alla volta degli stati del Nord, verso la libertà. Durante la loro rocambolesca fuga si serviranno della Ferrovia Sotterranea, la rete clandestina di abolizionisti che coadiuvavano gli schiavi a scappare e alla quale Whitehead ha ingegnosamente dato le fattezze materiali di un mezzo di trasporto che si sposta nel sottosuolo.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Foto di E. Rizzo)

Già dal primo capitolo si coglie la portata del retaggio di dolore della stirpe della protagonista e si intuisce quale sia il sistema di valori attraverso cui decodifica la realtà. Nel bagaglio che Cora porta con sé vi sono ben più che l’accetta, la pietra focaia e le patate dolci: vi sono le speranze, la rabbia, la muta disperazione di intere generazioni di afroamericani. Le pagine di questo romanzo sono intrise di brutalità, ma lo scrittore non indugia in descrizioni crudelmente minuziose né indulge nella gratuità della violenza.

“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito”, proseguì Ridgeway. “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano”

Non è un libro perfetto. Le descrizioni di taluni personaggi risultano un po’ artefatte soprattutto laddove si scorgono, anzitempo, i prodromi di un inesorabile destino. Tra l’altro nella costruzione della narrazione si intravede il lavorio letterario dell’autore e ciò la rende meno credibile e potente. Mi riferisco in particolare ai capitoli interamente dedicati a personaggi secondari che, spesso, non aggiungono molto alla storia. Si tratta di notazioni “a margine” che corredano la narrazione, in modo piuttosto vago e poco coerente, come la sterilizzazione delle donne nere nella Carolina del Sud, di suggestioni cupe e descrizioni quasi caricaturali che, se da una parte risultano convincenti per gli ammiccanti riferimenti alla cultura pop e fumettistica, dall’altro tolgono forza e, in qualche modo, sminuiscono la portata della tematica affrontata.

Non è un libro perfetto. Ma è necessario. Soprattutto nella temperie culturale che stiamo vivendo, dominata com’è dalle nuove, recrudescenti ondate di razzismo. Da questo punto di vista, la vincita del Premio Pulitzer e del National Book Award non può non essere considerato un atto politico, un chiaro segnale della presa di coscienza di un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più aberranti.

La piantagione di James Hopkinson (Foto di Henry P. Moore, 1862-63)

Alle avventure dei due giovani schiavi si accompagna, inoltre, la riflessione sulla nascita degli Stati Uniti d’America e sulla brutalità messa in atto ai danni di nativi americani e africani al fine di compiere il grande “Destino manifesto”. La sopravvivenza e la legge del più forte divengono il fondamento dell’imperativo americano, la necessità, quasi primordiale, che sottende alla nascita della nuova nazione. A questo punto diviene legittimo chiedersi se e quanto ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, pesi, sul Nuovo Mondo, il fardello di dolore e crudeltà che ha lordato, fin dai suoi esordi, un sogno di democrazia e libertà.

“E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui.”

Fantomas contro i vampiri multinazionali

Julio Cortázar

Di Cortázar, la scorsa estate, lessi Bestiario senza sapere bene cosa aspettarmi. Non potevo immaginare che ne sarebbe scaturita un’affinità così profonda con lo scrittore argentino. Sarà capitato anche a voi di condividere con l’autore dei vostri romanzi preferiti una simile visione del mondo e di percepire, di primo acchito, un’ineffabile eppure vivida comunanza di valori, ideali e percezioni. Sono molte le opere di Cortázar che vorrei recuperare, prima tra tutte Rayuela. Il gioco del mondo,  il suo romanzo più famoso. Allettata dalle offerte di un sito ecommerce, ho acquistato, oltre al titolo oggetto di disamina in questo articolo, anche Divertimento, edito Voland.

Julio Cortázar, 1967 (Foto di Sara Facio)

Fantomas contro i vampiri multinazionali, pubblicato in Italia da DeriveApprodi nel 2006 nella collana Narrativa, è un’opera breve che sfugge alle più comuni definizioni letterarie: si tratta infatti di un racconto lungo corredato da una molteplicità di intertesti di diversa natura formale. Alla narrazione meramente verbale si amalgamano, secondo modalità letterarie peculiari ed innovative, elementi di tipo visivo come strisce di fumetti, collage, fotomontaggi, documenti storici, che risultano però perfettamente compenetrati nella struttura narrativa del racconto. D’altra parte una tale mistione non è frutto di un vacuo sperimentalismo o di un eccentrico gioco letterario; l’operazione editoriale assume le fattezze di un racconto a fumetti che vede come protagonista il popolarissimo Fantomas per diffondere la sentenza del Tribunale Russell II tra i popoli latinoamericani, inconsapevoli di tali delibere per via di un asfissiante controllo dell’informazione da parte dei governi.

Fantomas contro i vampiri multinazionali (Foto di E. Rizzo)

Il Tribunale Russell II, creato per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse in taluni paesi dell’America Latina, si riunì in due occasioni: a Roma nel 1974 e a Bruxelles nel 1975. E’ proprio durante la seconda sessione che la storia prende le mosse, a partire dagli spostamenti di un fantomatico (!) narratore che, nel tentativo di mettersi al corrente dei fatti del mondo, acquista un racconto a fumetti messicano. Da qui i piani narrativi si mescolano e si confondono in un continuo rimando all’una o all’altra dimensione. Fantomas si slega dalle vignette colorate, nelle quali il narratore sta leggendo di una setta fascista che cerca di distruggere tutti i libri del mondo, coinvolgendo Cortázar stesso e altri intellettuali del tempo: da Alberto Moravia ad Octavio Paz, a Susan Sontag, si fanno carico del mistero e, trasfigurando il racconto in verità storica, del gravoso compito di rendere edotti i popoli latinoamericani affinché possano prendere coscienza delle loro condizioni e finalmente sollevarsi contro gli oppressori.

Il fumetto come intertesto (Foto di E. Rizzo)

Dal discorso di Julio Cortázar per l’insediamento del Tribunale permanente dei popoli (Bologna, 24 giugno 1979):

“Manca solo un detonatore che proietti questo pensiero e lo trasformi in seme per cadere in terre lontanissime e germinare finalmente nei frutti della libertà, della coscienza democratica, della ribellione contro le ingiustizie e la sottomissione. Questo detonatore è anche qui, fra noi, però è necessario strapparlo dalla routine e dai pregiudizi accademici, bisogna convenirlo in qualche cosa di vivo e dinamico. Questo detonatore è l’immaginazione di ognuno, la possibilità che abbiamo di servirci dei mezzi più vari e persino più insperati per trasformare ogni testo giuridico in un pezzo di vita, ogni dichiarazione formale in un sentimento dinamico, in una cosa piena di vita incontenibile.”

Il libretto, nella veste grafica dei fumetti del supereroe mascherato, venne pubblicato nel 1975 in Messico dalla Editorial Novaro e conobbe un grande successo. L’impegno politico si traduce quindi in una precisa e ben calibrata strategia comunicativa affinché schiere di lettori sudamericani potessero comprendere la reale portata del messaggio e farsi carico della responsabilità sociale della lotta. Ad una prima parte ove l’autore ricorre ad espedienti atti ad instaurare un rapporto di complicità con il lettore, che scaturisce, nella fattispecie, dal compiacimento per il surreale artificio letterario messo in scena e dai frequenti appelli alla condivisa esperienza delle cose, segue il fulcro narrativo vero e proprio che trova la sua più efficace esplicazione nel discorso di Susan Sontag e nell’immagine in bianco e nero di un occhio trafitto da un coltello.

“- Sì, Julio, ma tutto questo si sa anche in altri modi, si sa per via del lavoro, o della mancanza di lavoro, si sa dal prezzo delle patate, dal ragazzo ammazzato dietro l’angolo, dai miliardari che passano sulle loro auto davanti alle favelas (è una metafora perché stanno bene attenti a non passarci mai in tutta la loro fottuta vita). Tutto questo lo sappiamo perfino dal canto degli uccelli, dalle risate dei bambini, o mentre facciamo l’amore. Queste cose si sanno, Julio, le sa un minatore, un maestro elementare, un ciclista, in fondo tutti quanti le sappiamo, però siamo deboli o disorientati, oppure ci hanno fatto il lavaggio del cervello e allora crediamo che in fondo non ci vada poi tanto male semplicemente per il fatto che non ci stanno buttando giù la casa o che non ci hanno ancora ammazzato a calci…”

Nelle pagine finali del racconto il discorso politico si fa più pressante: attraverso il telefono, apparecchio magico al confine tra due due dimensioni (la realtà e la narrazione), si odono le voci del Tribunale Russell e dei popoli latinoamericani che si schierano per l’imminente battaglia campale. Contemporaneamente si assiste inoltre ad un crescendo nell’incisività delle immagini – una pistola resa in dettaglio ed uno schieramento serrato di poliziotti – ad indicare che la minaccia diviene sempre più incombente e la rivoluzione non può più essere rimandata.

Poliziotti in assetto antisommossa (Foto di E. Rizzo)

“La cosa bella delle utopie, – disse con chiarezza una voce afrocubana che vibrava come un sonaglio – è che sono realizzabili. Bisogna cominciare a darci dentro, compagno, un nuovo giorno ci attende…”

Sebbene il tentativo di Cortázar di coniugare letteratura e politica non sia perfettamente riuscito (le due discipline più che fondersi, mantengono carattere di sequenzialità l’una rispetto all’altra), il visionario scrittore argentino, mescolando sapientemente una pluralità di linguaggi e sovrapponendo la finzione alla verità storica, è riuscito a dar vita ad una nuova forma narrativa e a rendere eversivo il potere estetico dell’arte.

Il mito americano nella letteratura di frontiera: Giorni senza fine

Sebastian Barry

Ho acquistato il mio primo romanzo western a scatola chiusa, attirata – devo ammetterlo – dalla copertina dai sognanti toni violacei. Non mi aspettavo che mi avrebbe al tempo stesso completamente conquistata, addolorata ed inondata di poesia.

Con questo titolo Sebastian Barry, scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, ha vinto, nel 2016, il Costa Book Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici.

Sebastian Barry (Foto di Alan Betson)

Vengono narrate le avventure di due giovani uomini, Thomas McNulty, protagonista e voce narrante, e John Cole; l’uno, sfuggito alla miseria e alla carestia irlandesi, giunge giovanissimo nelle terre occidentali del nuovo continente, l’altro è un ragazzino indigente di lontana ascendenza indiana. Dal loro incontro prenderanno avvio una serie di vicende rocambolesche che li vedranno sempre tenacemente uniti.

Il contesto storico è quello dell’America di metà Ottocento, quando le lande del West erano dilaniate da cruente lotte intestine e dalla soppressione dei nativi americani che lottavano strenuamente per difendere un territorio che apparteneva loro da sempre.

In Missouri, sotto una siepe, avviene il fatidico incontro tra Thomas e John che si ritroveranno a danzare travestiti da donna in un saloon per i minatori di Daggsville. Smessi i panni di ammalianti donzelle, non riuscendo più a dissimulare la loro ormai matura mascolinità, cercano fortuna in mezzo alle praterie di frontiera dove combatteranno prima contro gli indiani e poi tra le file degli abolizionisti durante la Guerra di Secessione. Sullo sfondo di scontri brutali e agghiaccianti atrocità si staglia la tenerezza dell’amore tra i due giovani uomini.

Giorni senza fine di Sebastian Barry (foto di E. Rizzo)

Nel romanzo di Barry si colgono le tematiche più spiccatamente western: dall’incontro con le tribù dei nativi americani all’ambientazione nel lontano West, ove hanno tradizionalmente luogo le vicende epiche legate alla nascita della nuova nazione. Il processo mitopoietico americano converge proprio qui, nelle lande sterminate occidentali, con la sovrapposizione del leggendario e selvaggio cowboy all’immagine storicizzata del neocittadino statunitense che trova ivi la sua terra promessa. Il mito della frontiera dunque, adattato (o meglio, manipolato) sulla scorta della retorica della marcia verso ovest come espressione della quintessenza dell’americanità (F.J. TURNER, La frontiera nella storia americana, 1975), rappresentava pertanto l’atto fondativo dell’identità nazionale, imprescindibile per i futuri scenari imperialistici che ne sarebbero scaturiti.

La rivisitazione delle vicende occidentali in chiave mitica e letteraria si esplica attraverso la definizione di un archetipo culturale di confine, ovvero attraverso la dimensione dell’ignoto, del viaggio, dell’avventura e del soverchiante dispiegamento di una natura selvaggia ed incontaminata.

Se Giorni senza fine in parte si discosta dalle più consuete narrazioni di genere, non se ne possono non intuire i rimandi. Il romanzo in realtà supera i confini della frontiera smussando la ferocia e l’iniquità delle vicende guerresche con una prosa icastica, seppure dotata di grande lirismo, e attraverso misurate riflessioni esistenziali che hanno però il pregio di aprire piccoli e indelebili squarci nell’animo.

Il tempo per noi non era una cosa che aveva fine, sarebbe andato avanti per sempre, così com’era in quel momento. Non so se riesco a spiegare che voglio dire con questo. Ricordo che in quegli anni eterni a certe cose non ci pensavo. Lo sto facendo adesso, mentre scrivo queste parole in Tennessee. Sto pensando ai giorni senza fine della mia vita. Adesso non è più così.

La battaglia di Cold Harbor in un dipinto dell’epoca (Kurz & Allison, 1888 circa)

Aura

Carlos Fuentes

Mi capita spesso di spulciare tra i remainders o le offerte delle librerie on line…Durante il Black Friday ho fatto incetta di nuovi libri e tra i vari titoli mi sono imbattuta in Aura, un romanzo breve scritto dal messicano Carlos Fuentes nel lontano 1962. Il Saggiatore ne ha curato l’edizione per la prima volta nel 1997 e poi nel 2003 nella collana Il Saggiatore Tascabili.

Carlos Fuentes (foto di Ulf Andersen/Getty)

Felipe Montero, giovane storiografo, allettato da un’inserzione sul giornale che promette un lauto stipendio, si reca nella dimora della vedova Llorente ove dovrà redigere le memorie del marito defunto. Felipe fa dunque la conoscenza di Aura, la bella e sfuggente nipote dell’anziana Consuelo, e con lei intesse un rapporto di ardente passione e amore.

Aura di Carlos Fuentes (Foto di E. Rizzo)

Le vicende sono narrate in seconda persona singolare e l’utilizzo dei tempi presente e futuro appare come il rincorrersi di imperativi o esortazioni che si succedono con il dipanarsi della narrazione, in tempo reale. Il tempo diviene, in tal modo, il vero protagonista del romanzo: il passato, il presente ed il futuro si mescolano indistricabilmente. Il tempo della narrazione e quello concernente le memorie del generale Llorente si alternano e talora si sovrappongono in uno strano gioco di specchi e velate rivelazioni.

Non guarderai di nuovo l’orologio, quell’oggetto inservibile che misura falsamente un tempo concesso alla vanità umana, quelle lancette che marcano tediosamente le lunghe ore inventate per ingannare il vero tempo, il tempo che corre con la velocità offensiva, mortale, che nessun orologio può misurare. Una vita, un secolo, cinquant’anni: non ti sarà più possibile immaginare quelle misure bugiarde, non ti sarà più possibile prendere in mano quella polvere senza corpo.

Una siffatta fluidità può essere ravvisata anche negli stessi personaggi poiché le identità tendono a sfumare e si confondono l’una con l’altra. In particolare le esistenze di Aura e di Consuelo sembrano fortemente intrecciate: l’una, apparentemente, risulta dipendente dall’altra in virtù di un rapporto morboso ed inquietante. Nel dispiegarsi degli eventi il lettore riesce già a cogliere i prodromi del mistero che si cela dietro l’oscura parentela, ma solo alla fine la verità verrà svelata in tutta la sua tangibile nefandezza.

Illustrazione di A. Acosta
(da Aura. Carlos Fuentes. Ilustraciones de Alejandra Acosta. Libros del Zorro Rojo, 2017.)

L’opera di Fuentes non può, tra l’altro, non richiamare quel realismo magico che ha caratterizzato tanta parte della letteratura sudamericana, da
García Márquez ad Isabel Allende, da Cortázar a Borges.

Gli animali che popolano queste pagine poi, così come le varie specie erbacee menzionate, in qualità di simboli esoterici o apparizioni spettrali, concorrono a creare un’atmosfera di onirica irrealtà.

Un altro degli elementi chiave del romanzo consiste nella dicotomia tra l’oscurità in cui è immersa la casa, chiusa com’è dalle antistanti abitazioni come entro un recinto, e la camera assolata dove si stabilisce il protagonista. Ancora una volta i riferimenti temporali (l’alternanza del giorno e della notte) così come quelli cronologici (l’impossibilità di stabilire l’età anagrafica della vedova Llorente) vengono meno e disorientano. Ogni gesto, ogni particolare diviene, nella sua inesplicabile necessità, presagio di morte e nessun rituale magico, nessuna rievocazione occulta del passato riuscirà a sottrarre i personaggi al loro ineluttabile destino.

Una scrittrice da Pulitzer

L’idealista

Geraldine Brooks

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento con l’iniziativa “Una scrittrice da Pulitzer” portata avanti da Melania, che si conclude con la mia breve recensione de L’idealista di Geraldine Brooks, scrittrice e giornalista australiana, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2006 grazie a questo romanzo storico.

Geraldine Brooks (Foto di Randi Baird)

Appassionata lettrice di Piccole Donne, la Brooks ha inteso seguire le vicende, taciute nel libro della Alcott, del padre delle sorelle March durante la guerra di secessione americana. Secondo un ben riuscito esperimento – ed omaggio – letterario, la scrittrice, nel delineare gli ideali e la statura morale del protagonista, si è ispirata al padre di Louisa May Alcott, Bronson, esponente, insieme ad Emerson e a Thoreau, dell’idealismo americano del XIX secolo. In queste pagine, però, della calda e gioiosa atmosfera casalinga di Piccole Donne non resta che un lontano riverbero: la guerra, che ha provocato una vera e propria carneficina su tutti e due i fronti, viene descritta in tutta la sua atrocità; al lettore non vengono risparmiati neppure i particolari più cruenti e disgustosi ed il macigno della crudeltà gratuita perpetrata ai danni di uomini, donne e bambini non può non pesare rendendone dolorosa, benché necessaria, la lettura.

Le vicende hanno inizio nel 1861 in Virginia, ove già imperversava la Guerra Civile; March, fervente abolizionista, si era arruolato nelle truppe unioniste al fine di dare un contributo concreto alla causa di cui, insieme ad altri eminenti personaggi del suo tempo, si faceva portavoce. Il suo rientro a casa, un anno dopo, lo vedrà profondamente cambiato. Quali lacerazioni tormentano il suo animo? Come è mutata la sua visione di instancabile sognatore dopo aver assistito alle più atroci efferatezze della guerra?

Se la guerra potesse mai essere definita giusta, allora quella guerra lo sarebbe stata; era un’azione dettata da una causa morale, sostenuta dai più rigorosi puntelli intellettuali. Eppure ovunque mi girassi vedevo l’ingiustizia perpetrata nel realizzarla.

Un libro ed un fiocco di cotone… (Foto di E. Rizzo)

L’integerrima condotta del cappellano March sfocia talora in un esasperante radicalismo, tanto da renderlo inviso agli occhi del lettore. L’eccessiva rettitudine, invero, non rende il personaggio meno credibile al lettore, né tantomeno lo disumanizza. Il protagonista potrebbe essere altresì biasimato – forse a ragione – per la pervicacia dei suoi proponimenti e al contempo per la codardia dimostrata in talune occasioni, ma la sua sincera probità lo pone ben lontano dalla retorica dell’onore e del valore in guerra. D’altra parte la scrittrice aveva condotto accurate indagini bibliografiche ed il ritratto che ne è scaturito è ben aderente alle peculiarità caratteriali e umane del padre della Alcott.
March non teme di apparire un pusillanime, se non di fronte a se stesso, e persegue con ostinata abnegazione il sogno dell’uguaglianza tra bianchi e neri.

Come già ribadito, l’immagine del cappellano risulta ampiamente svilita dalla sua intransigenza e poi da un’autoriprovazione oltremisura che lo rendono persino irritante (questa, almeno, è la mia personale sensazione); egli tende a far coincidere l’immaginario ed il reale senza alcuna concessione all’eccezione o alle necessità contingenti.

La concretezza, la comprensione e l’accettazione dell’avverso destino contraddistinguono invece i personaggi femminili che popolano questo romanzo. L’accurata analisi condotta dalla Brooks nel ricreare un verosimile scenario storico ha previsto pure una profonda riflessione su quelle che erano le condizioni femminili in relazione al colore della pelle e, parimenti, dell’estrazione sociale. Si tratta di donne volitive, altere, che con coraggio e fermezza accolgono le decisioni che altri hanno preso per loro senza mai restarne avvinte, anzi adattando acutamente il corso delle loro esistenze al mutare degli eventi.

Ne abbiamo avuto abbastanza di bianchi che pretendono di disporre della nostra vita! Ci sono uomini della mia razza molto più esperti nel dare ogni tipo di aiuto di quanto lei non sarà mai in grado di essere. E là ci sono predicatori negri in abbondanza, che conoscono il vero linguaggio delle nostre anime. Una popolazione libera deve imparare a gestire il proprio destino.

Famiglia di schiavi afroamericani nel sud della Carolina
(Foto di Timothy O’ Sullivan, 1840)

In questo continuo alternarsi tra speranza e rassegnazione, tra ideale e reale, tra azione ed inattività, si esplicano i tormenti di March e degli uomini che come lui, pur nella fallacia delle loro condotte, hanno tentato e tentano ogni giorno di cambiare le cose.
L’idealista è un romanzo coinvolgente ed intenso che, grazie ad una prosa enfatica ma non ridondante, assume le sembianze di uno di quei grandi classici che hanno già superato il vaglio critico di generazioni di lettori.

Desidero ringraziare ancora una volta Melania, che, per pur non conoscendomi, mi ha accordato piena fiducia nel partecipare a questo bellissimo progetto, e tutti i ragazzi del gruppo.

UNA SCRITTRICE DA PULITZER

17 Novembre 2014 – DONNA TART CON: ‘THE GOLDFINCH’ (IL CARDELLINO);

— La libreria dietro l’angolo: https://www.youtube.com/user/Kayura1984

— Unaspeciedisolitudine: https://instagram.com/unaspeciedisoli…

8 Dicembre 2018 2011 – JENNIFER EGAN: JENNIFER EGAN: ‘A VISIT FROM THE GOON SQUAD’ (IL TEMPO É UN BASTARDO);

— Eleonora F misstortellino: https://www.youtube.com/user/misstort…

— Sebástian Lector Sombrero: https://www.youtube.com/channel/UC6Po…

— Simo La Biblionauta: https://www.youtube.com/channel/UCsrm…

— Clarissa QuestioniDiLibri: https://www.youtube.com/channel/UCOYY…

— L’Ora del Libro – Anita Book: https://www.youtube.com/user/Ioleggoetu

29 Dicembre 2018 2009 – ELIZABETH STROUT: ‘OLIVER KITTERIDGE’

— DiarioDiFede: https://www.youtube.com/channel/UCR6J…

— Ima AntheBooks: https://www.youtube.com/channel/UC8QD…

5 Gennaio 2018 2006 – GERALDINE BROOKS: ‘MARCH’ (L’IDEALISTA)

— Pillipinz – Elisa: https://instagram.com/pillipinz?utm_s…