Un Nobel per te: “Mentre morivo” di William Faulkner

Bentornati amici lettori! Dopo una lunghissima pausa da questo mio piccolo spazio letterario, torno a parlarvi di libri cogliendo l’opportunità offertami da Melania Costantino con la sua interessantissima iniziativa denominata Un Nobel per te. Il progetto, che conta ormai quattro edizioni e che intende riaccendere l’interesse sugli autori insigniti del prestigioso Premio Nobel per la Letteratura – eminentemente su quelli meno noti nel nostro paese -, ha quest’anno subito una modifica concernente la selezione degli scrittori: per semplificare il reperimento dei titoli, reso talora difficoltoso dall’emergenza sanitaria in atto, Melania ha optato, con l’appoggio di tutti noi, per la libera scelta delle opere letterarie da parte dei vari partecipanti all’iniziativa.

Di Carl Van Vechten – Questa image è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale cph.3f06403.Questo tag non indica lo stato del copyright dell’opera ad essa associata. È comunque necessario un tag specifico relativo al copyright. Consultare Commons:Licensing per maggiori informazioni., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=111810

William Faulkner, che può essere annoverato tra gli scrittori più eminenti del panorama statunitense, vinse il Premio Nobel per la Letteratura nel 1949

“for his powerful and artistically unique contribution to the modern American novel.”

Considerato verosimilmente l’unico scrittore modernista degli anni Trenta negli Stati Uniti, Faulkner rinnovò, nella struttura e nella concezione, il romanzo del XX secolo. Pertanto, proprio in virtù dell’utilizzo di sperimentali strumenti espressivi, il suo nome può essere, a ragione, affiancato a quelli di James Joyce, Marcel Proust e Virginia Woolf.

Tra le tante, acclamatissime opere dello scrittore statunitense, la mia scelta è ricaduta su Mentre morivo (As I Lay Dying). Il romanzo, pubblicato a New York nel 1930, narra del lungo e sfortunato viaggio che la famiglia Bundren, residente in una immaginaria regione del Mississippi, si ritrova a dover affrontare allorché viene a mancare la madre, Addie, che in vita aveva espresso il desiderio di essere sepolta a Jefferson, sua città natale. La costruzione narrativa non si diparte da un unico punto di vista: una polifonia di voci si alterna e scandisce il romanzo in innumerevoli, brevi capitoli (ben 59 per 15 monologanti). Si tratta di veri e propri flussi di coscienza che mirano a svelare gli stati d’animo dei vari personaggi, senza dunque il ricorso ad un’unica voce narrante onnisciente e affidabile.

“Mentre morivo” di William Faulkner (Foto di E. Rizzo)

La decodifica degli eventi in realtà spetta al lettore, al quale è richiesto uno sforzo interpretativo notevole; le informazioni risultano infatti spesso contraddittorie ed il lettore è costretto a riconsiderare di volta in volta le sue speculazioni. La narrazione è resa in modo volutamente criptico, secondo un approccio decostruttivista: la realtà viene smantellata, frammentata e poi ricomposta in un collage di punti di vista multipli e parziali, tanti quanti sono i personaggi, e numerosi salti temporali. Ci troviamo di fronte ad un’operazione modernista e che ricalca la volontà dell’autore di distaccarsi dalla banale concezione del quotidiano nella sua concreta finitezza. Un tale ribaltamento ontologico è ben ravvisabile in talune disorientanti associazioni lessicali: la parola viene svuotata del suo senso comune e potenziata di un nuovo valore semantico.

Alcuni personaggi, nella fattispecie Darl e Vardaman, proprio coloro che, per la loro natura, vengono relegati ai margini dalla società, riescono a vedere oltre la mera definizione dei ruoli e, nel caso di Darl, mentalmente instabile, a non voler riconoscere neppure se stesso nei limiti cronologicamente e spazialmente definiti della coscienza del sé.

“In una stanza sconosciuta ti devi svuotare per il sonno. E prima che tu sia svuotato per il sonno, che cosa sei. E quando sei svuotato per il sonno, non sei. E quando sei riempito di sonno, non sei mai stato. Io non so che cosa sono. Io non so se sono o no. Jewel sa che è, perché non sa di non sapere se è o no. Lui non può svuotarsi per il sonno perché non è quello che è e è quello che non è. Al di là del muro senza lampada sento la pioggia formare il carro che è il nostro, il carico che non è più di quelli che l’hanno comprato e che non è neanche nostro, anche se è là sul nostro carro, dato che soltanto il vento e la pioggia che formano soltanto per Jewel e me, che non siamo addormentati. E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addie Bundren non sarà. E Jewel è, così Addie Bundren deve essere. E allora io devo essere, se no non potrei svuotarmi per il sonno in una stanza sconosciuta. E allora se ancora non sono svuotato, io sono è”.

La frammentazione della personalità e l’esitazione sull’unità del soggetto, cartesianamente stabilito, è il diretto riflesso dell’alienazione messa in atto dal mondo moderno, soprattutto a seguito della Prima Guerra Mondiale e della Grande Depressione, un periodo storico che si caratterizza pertanto per una profonda crisi del sistema di valori.

Di Dorothea Lange – Questa image è disponibile presso la Divisione Stampe e Fotografie (Prints and Photographs Division) della Biblioteca del Congresso sotto l’ID digitale fsa.8b29516.Questo tag non indica lo stato del copyright dell’opera ad essa associata. È comunque necessario un tag specifico relativo al copyright. Consultare Commons:Licensing per maggiori informazioni., Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=52734

Se la fabula del romanzo risulta piuttosto lineare (in contrasto con una costruzione narrativa “schizofrenica”), le tematiche affrontate risultano molteplici (il viaggio, la morte, la follia, le relazioni famigliari…) così come i riferimenti biblici e mitici. Il titolo originale del romanzo As I lay dying richiama l’XI libro dell’Odissea, ovvero la discesa di Ulisse negli inferi allorquando Agamennone narra all’amico della propria uccisione avvenuta per mano di Egisto e Clitemnestra:

“As I lay dying the woman with the dog’s eyes would not close my eyelids for me as I descended into Hades”.

Il viaggio della famiglia Bundren, intriso di simboli archetipici e allegorie e carico di pathos, non è scevro da una venatura tragicomica che incombe sulla solitudine e la desolazione di questo piccolo consorzio umano degli Stati del Sud. L’indagine faulkneriana intende concentrarsi proprio qui, nella sordida banalità del quotidiano, nel grottesco e quasi primordiale volto di un’America rurale, lontanissima dall’innocenza del vittorianesimo del secolo precedente.

Dal punto di vista stilistico la prosa di Faulkner è caratterizzata da un periodare denso e da una scrupolosa scelta lessicale, corredata da passi di sofisticato lirismo che impreziosiscono ulteriormente questo inarrivabile capolavoro della letteratura mondiale.

“Davanti a noi la corrente scorre densa, minacciosa. Ci parla con un mormorio fattosi vario e incessante, la superficie gialla mostruosamente butterata di vortici evanescenti che per un istante viaggiano lungo la superficie, silenziosi e fugaci, e profondamente significativi, quasi che sotto la superficie qualcosa di enorme e di vivo esca per un momento di pigra attenzione da un leggero assopimento, e subito vi ricada. Mormora e gorgoglia tra i raggi e intorno alle ginocchia dei muli, gialla, bavosa di detriti e di spessi grumi sporchi come se sudasse, schiumando come un cavallo incitato. Attraversa il sottobosco con un suono dolente, un suono pensoso; pur in assenza di vento, canne e alberelli vi si piegano come sotto una raffica leggera, oscillando senza riflessi quasi fossero sospesi ai rami più alti da fili invisibili. Sopra la superficie incessante si levano – alberi, canne, rampicanti – privi di radici, disgiunti dalla terra, spettrali su una scena di immensa eppur circoscritta desolazione riempita dalla voce della sterile acqua lamentosa.”

Ecco i partecipanti al progetto Un Nobel per te e le relative date di uscita delle recensioni:

UN NOBEL PER TE #4 Special Edition

27 giugno 2020

“L’angolo di Dani” – https://www.youtube.com/channel/UCRxu… “La casa e il mondo” – Rabindranath Tagore

“Esse and esse style and make-up” – https://www.youtube.com/channel/UCnEE… “In fuga” – Alice Munro

4 luglio 2020

“Facciamo un salto in libreria” – https://www.youtube.com/channel/UCAti… “Troppo felicità” Alice Munro

“La libreria dietro l’angolo” – https://www.youtube.com/user/Kayura1984 “La figlia del papa” – Dario Fo

11 luglio 2020

“Lise legge lise viaggia” – https://www.youtube.com/channel/UC7qA… “Guida il tuo carro sulle ossa dei morti” – Olga Tokarczuk

“Paola Tricoms” – https://www.youtube.com/channel/UCTtd… “Il peso del mondo” – Peter Handke

“La Pin Up dei Libri” – https://www.youtube.com/channel/UCRpK…“Cecità” – José Saramago

18 luglio 2020

“Pillipinz” – https://instagram.com/pillipinz?igshi… “Mentre morivo” – William Faulkner

“L’ora del libro” – https://www.youtube.com/user/Ioleggoetu “L’occhio più azzurro” – Toni Morrison “Le intermittenze della morte” – José Saramago

25 luglio 2020

“Ima AndTheBooks” – https://www.youtube.com/channel/UC8QD… “Mistero buffo” – Dario Fo

“Matteo Saudino – Barbasophia” – https://www.youtube.com/channel/UCczA… “Uomini e topi” – William Faulkner

1 agosto 2020

“Vale libri” – https://www.youtube.com/user/7972vale “Le intermittenze della morte” – José Saramago

“Bee Book a Lula” – https://www.youtube.com/channel/UClTv… “Gente indipendente” Halldór Laxnes

8 agosto 2020

“Mary’s reading” – https://www.youtube.com/channel/UCoU3…“Grande seno, fianchi larghi” – Mo Yan

“ECriLibro” – https://www.youtube.com/channel/UC7x0…“Non lasciarmi” – Kazuo Ishiguro

29 agosto 2020

“Helen in Bookland” – https://www.youtube.com/channel/UC6p4…“Mentre morivo” – William Faulkner

“Clara Schumann” – https://www.youtube.com/channel/UCQ7B…“Letture facoltative” – Wisława Szymborska

5 settembre 2020

“Clod Matty” – https://www.youtube.com/channel/UCWI_…“I Buddenbrook” – Thomas Mann

“Laura Venturelli” – https://www.youtube.com/channel/UCbv5…“Il Vangelo secondo Gesù Cristo” – José Saramago

12 settembre 2020

“SelvaggiaAngelica” – https://www.youtube.com/user/fiknMani…“Cecità” – José Saramago

“Umarubooks” – https://www.youtube.com/channel/UC5YL…“Non lasciarmi” – Kazuo Ishiguro

19 settembre 2020

“Simo Biblionauta” – https://www.youtube.com/channel/UCsrm… Morte a Venezia – Thomas Mann

“Melania Costantino” – https://www.youtube.com/channel/UCe3S… “Molloy” – Samuel Beckett

L’inferno comincia nel giardino

Jonathan Lethem

Amici lettori, non mi è capitato sovente, dall’apertura del blog, di recensire una raccolta di racconti, forse solo in una o due occasioni. Ancora una volta si tratta di un autore americano, la cui cifra stilistica è nota per essere variegata e la cui produzione letteraria è talmente multiforme da sfuggire ad un’univoca classificazione di genere. La raccolta di racconti di cui mi accingo a parlare, L’inferno comincia nel giardino, è stata pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1996 e contiene sette racconti, di cui cinque pubblicati precedentemente tra il 1991 ed il 1995 e due inediti. Poiché lo sperimentalismo onirico di Lethem spazia tra le tematiche e le suggestioni più disparate, ho creduto più semplice recensire singolarmente i vari racconti così da non sovrapporre mondi lontanissimi tra loro.

Jonathan Lethem (By David Shankbone – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2767105)

L’uomo felice –

Solo che non lo chiamavano Inferno. Lo chiamavano “paesaggio psichico”. E non ci misi molto a capire che volevano lo considerassi qualcosa di simbolico. Il consulente voleva che spiegassi che cosa significava il mio Inferno. Riuscii a trattenere la rabbia, ma al primo intervallo me ne andai. L’inferno non significa niente. Magari il vostro un significato ce l’ha. Ma il mio no. Ecco cosa lo rende un Inferno. E non è simbolico. E’ molto, molto reale.

Il primo racconto è un condensato di vita americana dal punto di vista privilegiato della surrealtà che ne mette in mostra i tratti più orrorifici e inquietanti. Il protagonista, Tom, è in bilico tra la normale vita familiare e periodici viaggi dell’inconscio all’inferno che lo riducono alla stregua di uno zombie. Le sue avventure oniriche ripropongono sempre il medesimo incipit: l’incarnazione nel bambino di otto anni che fu, le lunghe attese, con altri coetanei, della bellissima strega a cavallo affinché servisse loro l’agognata colazione. Gli scenari e le situazioni si modificano, sulla scorta di schemi prestabiliti, a seconda delle scelte compiute da Tom, ma giungono sempre allo stesso tetro finale. Un viaggio nel perturbante mondo interiore del protagonista che prende in prestito suggestioni dantesche, lewis-carroliane ma anche elementi da Il mago di Oz e I viaggi di Gulliver, per dar vita ad una dimensione bizzarra, cionondimeno vicina alla complessità della realtà.

Vanilla Dunk – Uno degli aspetti più caratterizzanti della cultura popolare americana è senza dubbio lo sport e ciò che vi ruota attorno. In questo racconto Lethem restituisce un quadro immaginifico eppure accurato e lucido del mondo del basket, con i suoi antagonismi e giochi di potere. Le vicende, ambientate in un futuro prossimo, in una realtà non troppo dissimile dalla nostra, sono incentrate attorno ad un gruppo di giocatori dotati di speciali ipertute che li rendono simili, nelle prestazioni atletiche, a giocatori del calibro di Michael Jordan. Eppure si tratta di qualità posticce, filtri esteriori che di fatto non modificano le capacità sportive in termini di scelte strategiche, né tanto meno le peculiarità caratteriali. Il sottotesto a margine delle vicissitudini di questi nuovi atleti dell’NBA è ancora più interessante: Lethem si interroga sulle difficoltà dell’artista moderno, eminentemente degli scrittori della sua generazione, di confrontarsi con le grandi menti del passato e della diffusa tendenza ad imitare i capolavori con arrendevolezza e cerimoniosa reverenza. L’innovazione, strada poco battuta dagli intellettuali contemporanei, risulta ciononostante la modalità più efficace per farsi portavoce delle istanze del proprio tempo.

Chiaro e il Sofferente – Due fratelli, Paul e Don (denominato “Chiaro”), spacciatori dilettanti di crack, cercano di fuggire da New York a seguito di una rapina non andata a buon fine. Dopo poche pagine fa la sua comparsa il Sofferente, un felino dal volto umano che comincia a seguirli fino al tragico epilogo che li attende. L’alieno, e più specificatamente il suo messaggio escatologico, rimangono avvolti nel mistero: potrebbe trattarsi di una simbolica rappresentazione dell’anima o della coscienza oppure incarnare una sorta di “angelo custode” o di Daimon, essere intermediario tra gli uomini e il divino. Ciò che è ben evidente è piuttosto il tentativo di Lethem di introdurre dentro una storia qualunque nei bassifondi newyorchesi (interessantissimi sono altresì i riferimenti alle differenze razziali) un elemento fantastico al fine di registrarne le interazioni e riflettere sull’effettiva destabilizzazione degli eventi.

Per sempre, disse il Papero – Una coppia, non meglio identificata, invita ad un party gli avatar dei loro vecchi amanti. Potrebbe trattarsi in effetti, benché non ne sia fatta esplicita menzione, di una festa virtuale i cui protagonisti sono programmi che riproducono dissimili complesse personalità, ognuna con un passato ed una storia legata sessualmente alla coppia. Tali bizzarre simulazioni digitali culminano in un epilogo quanto mai surreale. Ancora una volta Lethem crea un’amalgama esplosivo tra racconto fantascientifico, nonsense e sorprendente immaginazione, andando forse un po’ troppo oltre…

Five Fucks (Cinque scopate) – Un elaborato fumoso, dai contorni confusi, diviso in cinque brevissimi episodi. In realtà la lettura è resa difficoltosa dalla trasposizione del titolo in italiano che risulta fuorviante e rischia di comprometterne la comprensione. “Fucks“, oltre ad includere un esplicito riferimento al sesso, può riferirsi ad espressioni, per così dire, interrogative, ad un brutale invito a levarsi di torno, alla spiacevole deriva cui confluisce talvolta una situazione o un’intera vita…Il gioco semantico si ripropone inoltre nella menzione reiterata di un nome (Pupkiss) che compare nei vari episodi in modo via via linguisticamente differenziato fino ad apparire come un’assonanza, come l’eco di un tempo passato che fa da contraltare all’oblio dilagante. Agli amplessi di due amanti occasionali, infatti, seguono, secondo una logica di causa-effetto, disastrosi e assurdi cambiamenti nel mondo circostante e al contempo una inspiegabile amnesia collettiva.

Duri come la pietra – La narrazione è ambientata in un futuro verosimilmente non troppo distante dal nostro tempo, in cui i criminali condannati all’ergastolo vengono tramutati in blocchi da costruzione atti all’edificazione della prigione stessa. Attraverso gli occhi del protagonista, Nick Marra, assistiamo al repentino innalzamento dei piani delle carceri che in pochi anni passano da dieci a trentadue. Dopo la visita furtiva ai tempi del liceo, Nick conoscerà da vicino l’efferatezza della prigionia e della condivisione della cella con i blocchi umani. Benché deceduti, infatti, i criminali ridotti ad orrorifici elementi architettonici hanno conservato la capacità di pensare, vedere e parlare. Una storia gotica e oscura che trova un brillante finale nella risoluzione dell’enigma poliziesco che ne percorre le pagine.

I dormiglioni – Una schiera di dormiglioni, in grado di far proliferare le piante a loro più prossime, giace qui e là, ai margini di una qualsiasi cittadina americana contemporanea. In questo ultimo, breve racconto seguiamo le vicende di Judith, una donna coraggiosa che si ritrova ad ospitare un uomo in uno stato di inestinguibile letargia. Non si tratta solo della denuncia della mancata consapevolezza sociale e politica che oggigiorno sembra essere sempre più dilagante; il ricorso all’espediente narrativo del sonno sembra fare da contropartita al primo dei racconti di questa raccolta, L’Uomo felice. Il punto di vista, in questo caso, è quello di una donna che, a dispetto delle circostanze più aberranti, mantiene la propria lucidità e pragmaticamente sceglie per la propria vita.

L’inferno comincia nel giardino di Jonathan Lethem (Foto di E. Rizzo)

Florida

Lauren Groff

Rieccomi qui, a parlare di libri! La costanza non mi appartiene, in effetti. Gli sparuti lettori di questo blog non me ne vogliano, altri impegni e pensieri affollano le mie giornate ed il poco tempo libero lo dedico quasi interamente allo studio e alla lettura.

Florida – Lauren Groff (Foto di E. Rizzo)

Di questa raccolta di racconti avrei voluto scrivere tempo fa, quando la lettura era ancora fresca e mi era rimasta appiccicata la calura umidiccia dello stato più a sud-est degli Stati Uniti. Florida è una raccolta di racconti pubblicata nel 2018 da Bompiani che, dopo il grande successo di Fato e Furia, ha consacrato Lauren Groff come una della migliori scrittrici statunitensi contemporanee.

Lauren Groff (By Cbkallman at English Wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47774777)

Una terra selvaggia ed inospitale fa da sfondo alle vicende di famiglie sull’orlo dello sfacelo, dove madri anaffettive e padri/comparsa costringono inermi bambini a cavarsela da soli.

I racconti sono popolati da una moltitudine di animali, dalle specie più innocue e familiari a quelle più selvagge. Come in un bestiario moderno se ne annoverano le peculiarità esteriori, senza tralasciare la descrizione dell’indole più o meno ferina. Talvolta invece la presenza degli animali viene solo accennata e, in guisa di spettri, fanno la loro inquietante comparsa per minacciare ancora una volta l’incolumità degli abitanti della Florida. E’ il serpente, essere edenico per eccellenza, che viene citato con maggiore frequenza: in fondo quei luoghi nel profondo sud degli Stati Uniti non sono poi così dissimili da quell’Eden di cose pericolose di fine ‘700.

Pensò ai serpenti che dormivano attorcigliati nelle loro tane e agli alligatori che affioravano per fiutare la sua presenza nel buio, al modo in cui si muovevano sulla terra, il loro avanzare circospetto; a come lei fosse l’unica cosa vivente sperduta tra tante altre creature, e non speciale in quanto umana. (Sopra e sotto)

Anche la natura appare poco accogliente e pericolosa con le sue paludi, foreste, le decadenti vie urbane dove sovente accadono stupri e violenze.

Alligatore del Mississippi (Di Jacklee – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37772739)

Storie minime e piccoli drammi che si consumano all’interno delle mura domestiche, mentre la Florida viene evocata come una preghiera. In uno stile impeccabile e maestoso, la Groff dipinge il quadro della quieta disperazione che sottende questa nostra desolante umanità, dove siamo tutti irresponsabilmente coetanei ed il nostro imperioso ed imperturbabile egoismo ci conferisce i tratti di una cieca bestialità.

La ferrovia sotterranea

Colson Whitehead

In una delle tante fiacche domeniche invernali al centro commerciale, girovagando tra gli scaffali del reparto dedicato ai libri, ho adocchiato La ferrovia sotterranea. Faceva capolino, nella bella edizione Big Sur, con una fascetta gialla che la fasciava come una reginetta di bellezza e che recava la scritta “Vincitore del Premio Pulitzer 2017”. Ormai avrete intuito quanto debole sia il mio animo anche di fronte ai più banali espedienti editoriali che mirano alle vette delle classifiche. Beh, solo quando si parla di bei libri, s’intende!

Colson Whitehead at 2011 Brooklyn Book Festival (Foto di editrrix NYC, 2011)

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento la giovane schiava nera Cora decide di abbandonare la piantagione di cotone, e con essa la sua condizione di prigionia, e di partire, assieme all’amico Caesar alla volta degli stati del Nord, verso la libertà. Durante la loro rocambolesca fuga si serviranno della Ferrovia Sotterranea, la rete clandestina di abolizionisti che coadiuvavano gli schiavi a scappare e alla quale Whitehead ha ingegnosamente dato le fattezze materiali di un mezzo di trasporto che si sposta nel sottosuolo.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Foto di E. Rizzo)

Già dal primo capitolo si coglie la portata del retaggio di dolore della stirpe della protagonista e si intuisce quale sia il sistema di valori attraverso cui decodifica la realtà. Nel bagaglio che Cora porta con sé vi sono ben più che l’accetta, la pietra focaia e le patate dolci: vi sono le speranze, la rabbia, la muta disperazione di intere generazioni di afroamericani. Le pagine di questo romanzo sono intrise di brutalità, ma lo scrittore non indugia in descrizioni crudelmente minuziose né indulge nella gratuità della violenza.

“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito”, proseguì Ridgeway. “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano”

Non è un libro perfetto. Le descrizioni di taluni personaggi risultano un po’ artefatte soprattutto laddove si scorgono, anzitempo, i prodromi di un inesorabile destino. Tra l’altro nella costruzione della narrazione si intravede il lavorio letterario dell’autore e ciò la rende meno credibile e potente. Mi riferisco in particolare ai capitoli interamente dedicati a personaggi secondari che, spesso, non aggiungono molto alla storia. Si tratta di notazioni “a margine” che corredano la narrazione, in modo piuttosto vago e poco coerente, come la sterilizzazione delle donne nere nella Carolina del Sud, di suggestioni cupe e descrizioni quasi caricaturali che, se da una parte risultano convincenti per gli ammiccanti riferimenti alla cultura pop e fumettistica, dall’altro tolgono forza e, in qualche modo, sminuiscono la portata della tematica affrontata.

Non è un libro perfetto. Ma è necessario. Soprattutto nella temperie culturale che stiamo vivendo, dominata com’è dalle nuove, recrudescenti ondate di razzismo. Da questo punto di vista, la vincita del Premio Pulitzer e del National Book Award non può non essere considerato un atto politico, un chiaro segnale della presa di coscienza di un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più aberranti.

La piantagione di James Hopkinson (Foto di Henry P. Moore, 1862-63)

Alle avventure dei due giovani schiavi si accompagna, inoltre, la riflessione sulla nascita degli Stati Uniti d’America e sulla brutalità messa in atto ai danni di nativi americani e africani al fine di compiere il grande “Destino manifesto”. La sopravvivenza e la legge del più forte divengono il fondamento dell’imperativo americano, la necessità, quasi primordiale, che sottende alla nascita della nuova nazione. A questo punto diviene legittimo chiedersi se e quanto ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, pesi, sul Nuovo Mondo, il fardello di dolore e crudeltà che ha lordato, fin dai suoi esordi, un sogno di democrazia e libertà.

“E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui.”

Il mito americano nella letteratura di frontiera: Giorni senza fine

Sebastian Barry

Ho acquistato il mio primo romanzo western a scatola chiusa, attirata – devo ammetterlo – dalla copertina dai sognanti toni violacei. Non mi aspettavo che mi avrebbe al tempo stesso completamente conquistata, addolorata ed inondata di poesia.

Con questo titolo Sebastian Barry, scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, ha vinto, nel 2016, il Costa Book Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici.

Sebastian Barry (Foto di Alan Betson)

Vengono narrate le avventure di due giovani uomini, Thomas McNulty, protagonista e voce narrante, e John Cole; l’uno, sfuggito alla miseria e alla carestia irlandesi, giunge giovanissimo nelle terre occidentali del nuovo continente, l’altro è un ragazzino indigente di lontana ascendenza indiana. Dal loro incontro prenderanno avvio una serie di vicende rocambolesche che li vedranno sempre tenacemente uniti.

Il contesto storico è quello dell’America di metà Ottocento, quando le lande del West erano dilaniate da cruente lotte intestine e dalla soppressione dei nativi americani che lottavano strenuamente per difendere un territorio che apparteneva loro da sempre.

In Missouri, sotto una siepe, avviene il fatidico incontro tra Thomas e John che si ritroveranno a danzare travestiti da donna in un saloon per i minatori di Daggsville. Smessi i panni di ammalianti donzelle, non riuscendo più a dissimulare la loro ormai matura mascolinità, cercano fortuna in mezzo alle praterie di frontiera dove combatteranno prima contro gli indiani e poi tra le file degli abolizionisti durante la Guerra di Secessione. Sullo sfondo di scontri brutali e agghiaccianti atrocità si staglia la tenerezza dell’amore tra i due giovani uomini.

Giorni senza fine di Sebastian Barry (foto di E. Rizzo)

Nel romanzo di Barry si colgono le tematiche più spiccatamente western: dall’incontro con le tribù dei nativi americani all’ambientazione nel lontano West, ove hanno tradizionalmente luogo le vicende epiche legate alla nascita della nuova nazione. Il processo mitopoietico americano converge proprio qui, nelle lande sterminate occidentali, con la sovrapposizione del leggendario e selvaggio cowboy all’immagine storicizzata del neocittadino statunitense che trova ivi la sua terra promessa. Il mito della frontiera dunque, adattato (o meglio, manipolato) sulla scorta della retorica della marcia verso ovest come espressione della quintessenza dell’americanità (F.J. TURNER, La frontiera nella storia americana, 1975), rappresentava pertanto l’atto fondativo dell’identità nazionale, imprescindibile per i futuri scenari imperialistici che ne sarebbero scaturiti.

La rivisitazione delle vicende occidentali in chiave mitica e letteraria si esplica attraverso la definizione di un archetipo culturale di confine, ovvero attraverso la dimensione dell’ignoto, del viaggio, dell’avventura e del soverchiante dispiegamento di una natura selvaggia ed incontaminata.

Se Giorni senza fine in parte si discosta dalle più consuete narrazioni di genere, non se ne possono non intuire i rimandi. Il romanzo in realtà supera i confini della frontiera smussando la ferocia e l’iniquità delle vicende guerresche con una prosa icastica, seppure dotata di grande lirismo, e attraverso misurate riflessioni esistenziali che hanno però il pregio di aprire piccoli e indelebili squarci nell’animo.

Il tempo per noi non era una cosa che aveva fine, sarebbe andato avanti per sempre, così com’era in quel momento. Non so se riesco a spiegare che voglio dire con questo. Ricordo che in quegli anni eterni a certe cose non ci pensavo. Lo sto facendo adesso, mentre scrivo queste parole in Tennessee. Sto pensando ai giorni senza fine della mia vita. Adesso non è più così.

La battaglia di Cold Harbor in un dipinto dell’epoca (Kurz & Allison, 1888 circa)