Fantomas contro i vampiri multinazionali

Julio Cortázar

Di Cortázar, la scorsa estate, lessi Bestiario senza sapere bene cosa aspettarmi. Non potevo immaginare che ne sarebbe scaturita un’affinità così profonda con lo scrittore argentino. Sarà capitato anche a voi di condividere con l’autore dei vostri romanzi preferiti una simile visione del mondo e di percepire, di primo acchito, un’ineffabile eppure vivida comunanza di valori, ideali e percezioni. Sono molte le opere di Cortázar che vorrei recuperare, prima tra tutte Rayuela. Il gioco del mondo,  il suo romanzo più famoso. Allettata dalle offerte di un sito ecommerce, ho acquistato, oltre al titolo oggetto di disamina in questo articolo, anche Divertimento, edito Voland.

Julio Cortázar, 1967 (Foto di Sara Facio)

Fantomas contro i vampiri multinazionali, pubblicato in Italia da DeriveApprodi nel 2006 nella collana Narrativa, è un’opera breve che sfugge alle più comuni definizioni letterarie: si tratta infatti di un racconto lungo corredato da una molteplicità di intertesti di diversa natura formale. Alla narrazione meramente verbale si amalgamano, secondo modalità letterarie peculiari ed innovative, elementi di tipo visivo come strisce di fumetti, collage, fotomontaggi, documenti storici, che risultano però perfettamente compenetrati nella struttura narrativa del racconto. D’altra parte una tale mistione non è frutto di un vacuo sperimentalismo o di un eccentrico gioco letterario; l’operazione editoriale assume le fattezze di un racconto a fumetti che vede come protagonista il popolarissimo Fantomas per diffondere la sentenza del Tribunale Russell II tra i popoli latinoamericani, inconsapevoli di tali delibere per via di un asfissiante controllo dell’informazione da parte dei governi.

Fantomas contro i vampiri multinazionali (Foto di E. Rizzo)

Il Tribunale Russell II, creato per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse in taluni paesi dell’America Latina, si riunì in due occasioni: a Roma nel 1974 e a Bruxelles nel 1975. E’ proprio durante la seconda sessione che la storia prende le mosse, a partire dagli spostamenti di un fantomatico (!) narratore che, nel tentativo di mettersi al corrente dei fatti del mondo, acquista un racconto a fumetti messicano. Da qui i piani narrativi si mescolano e si confondono in un continuo rimando all’una o all’altra dimensione. Fantomas si slega dalle vignette colorate, nelle quali il narratore sta leggendo di una setta fascista che cerca di distruggere tutti i libri del mondo, coinvolgendo Cortázar stesso e altri intellettuali del tempo: da Alberto Moravia ad Octavio Paz, a Susan Sontag, si fanno carico del mistero e, trasfigurando il racconto in verità storica, del gravoso compito di rendere edotti i popoli latinoamericani affinché possano prendere coscienza delle loro condizioni e finalmente sollevarsi contro gli oppressori.

Il fumetto come intertesto (Foto di E. Rizzo)

Dal discorso di Julio Cortázar per l’insediamento del Tribunale permanente dei popoli (Bologna, 24 giugno 1979):

“Manca solo un detonatore che proietti questo pensiero e lo trasformi in seme per cadere in terre lontanissime e germinare finalmente nei frutti della libertà, della coscienza democratica, della ribellione contro le ingiustizie e la sottomissione. Questo detonatore è anche qui, fra noi, però è necessario strapparlo dalla routine e dai pregiudizi accademici, bisogna convenirlo in qualche cosa di vivo e dinamico. Questo detonatore è l’immaginazione di ognuno, la possibilità che abbiamo di servirci dei mezzi più vari e persino più insperati per trasformare ogni testo giuridico in un pezzo di vita, ogni dichiarazione formale in un sentimento dinamico, in una cosa piena di vita incontenibile.”

Il libretto, nella veste grafica dei fumetti del supereroe mascherato, venne pubblicato nel 1975 in Messico dalla Editorial Novaro e conobbe un grande successo. L’impegno politico si traduce quindi in una precisa e ben calibrata strategia comunicativa affinché schiere di lettori sudamericani potessero comprendere la reale portata del messaggio e farsi carico della responsabilità sociale della lotta. Ad una prima parte ove l’autore ricorre ad espedienti atti ad instaurare un rapporto di complicità con il lettore, che scaturisce, nella fattispecie, dal compiacimento per il surreale artificio letterario messo in scena e dai frequenti appelli alla condivisa esperienza delle cose, segue il fulcro narrativo vero e proprio che trova la sua più efficace esplicazione nel discorso di Susan Sontag e nell’immagine in bianco e nero di un occhio trafitto da un coltello.

“- Sì, Julio, ma tutto questo si sa anche in altri modi, si sa per via del lavoro, o della mancanza di lavoro, si sa dal prezzo delle patate, dal ragazzo ammazzato dietro l’angolo, dai miliardari che passano sulle loro auto davanti alle favelas (è una metafora perché stanno bene attenti a non passarci mai in tutta la loro fottuta vita). Tutto questo lo sappiamo perfino dal canto degli uccelli, dalle risate dei bambini, o mentre facciamo l’amore. Queste cose si sanno, Julio, le sa un minatore, un maestro elementare, un ciclista, in fondo tutti quanti le sappiamo, però siamo deboli o disorientati, oppure ci hanno fatto il lavaggio del cervello e allora crediamo che in fondo non ci vada poi tanto male semplicemente per il fatto che non ci stanno buttando giù la casa o che non ci hanno ancora ammazzato a calci…”

Nelle pagine finali del racconto il discorso politico si fa più pressante: attraverso il telefono, apparecchio magico al confine tra due due dimensioni (la realtà e la narrazione), si odono le voci del Tribunale Russell e dei popoli latinoamericani che si schierano per l’imminente battaglia campale. Contemporaneamente si assiste inoltre ad un crescendo nell’incisività delle immagini – una pistola resa in dettaglio ed uno schieramento serrato di poliziotti – ad indicare che la minaccia diviene sempre più incombente e la rivoluzione non può più essere rimandata.

Poliziotti in assetto antisommossa (Foto di E. Rizzo)

“La cosa bella delle utopie, – disse con chiarezza una voce afrocubana che vibrava come un sonaglio – è che sono realizzabili. Bisogna cominciare a darci dentro, compagno, un nuovo giorno ci attende…”

Sebbene il tentativo di Cortázar di coniugare letteratura e politica non sia perfettamente riuscito (le due discipline più che fondersi, mantengono carattere di sequenzialità l’una rispetto all’altra), il visionario scrittore argentino, mescolando sapientemente una pluralità di linguaggi e sovrapponendo la finzione alla verità storica, è riuscito a dar vita ad una nuova forma narrativa e a rendere eversivo il potere estetico dell’arte.

Aura

Carlos Fuentes

Mi capita spesso di spulciare tra i remainders o le offerte delle librerie on line…Durante il Black Friday ho fatto incetta di nuovi libri e tra i vari titoli mi sono imbattuta in Aura, un romanzo breve scritto dal messicano Carlos Fuentes nel lontano 1962. Il Saggiatore ne ha curato l’edizione per la prima volta nel 1997 e poi nel 2003 nella collana Il Saggiatore Tascabili.

Carlos Fuentes (foto di Ulf Andersen/Getty)

Felipe Montero, giovane storiografo, allettato da un’inserzione sul giornale che promette un lauto stipendio, si reca nella dimora della vedova Llorente ove dovrà redigere le memorie del marito defunto. Felipe fa dunque la conoscenza di Aura, la bella e sfuggente nipote dell’anziana Consuelo, e con lei intesse un rapporto di ardente passione e amore.

Aura di Carlos Fuentes (Foto di E. Rizzo)

Le vicende sono narrate in seconda persona singolare e l’utilizzo dei tempi presente e futuro appare come il rincorrersi di imperativi o esortazioni che si succedono con il dipanarsi della narrazione, in tempo reale. Il tempo diviene, in tal modo, il vero protagonista del romanzo: il passato, il presente ed il futuro si mescolano indistricabilmente. Il tempo della narrazione e quello concernente le memorie del generale Llorente si alternano e talora si sovrappongono in uno strano gioco di specchi e velate rivelazioni.

Non guarderai di nuovo l’orologio, quell’oggetto inservibile che misura falsamente un tempo concesso alla vanità umana, quelle lancette che marcano tediosamente le lunghe ore inventate per ingannare il vero tempo, il tempo che corre con la velocità offensiva, mortale, che nessun orologio può misurare. Una vita, un secolo, cinquant’anni: non ti sarà più possibile immaginare quelle misure bugiarde, non ti sarà più possibile prendere in mano quella polvere senza corpo.

Una siffatta fluidità può essere ravvisata anche negli stessi personaggi poiché le identità tendono a sfumare e si confondono l’una con l’altra. In particolare le esistenze di Aura e di Consuelo sembrano fortemente intrecciate: l’una, apparentemente, risulta dipendente dall’altra in virtù di un rapporto morboso ed inquietante. Nel dispiegarsi degli eventi il lettore riesce già a cogliere i prodromi del mistero che si cela dietro l’oscura parentela, ma solo alla fine la verità verrà svelata in tutta la sua tangibile nefandezza.

Illustrazione di A. Acosta
(da Aura. Carlos Fuentes. Ilustraciones de Alejandra Acosta. Libros del Zorro Rojo, 2017.)

L’opera di Fuentes non può, tra l’altro, non richiamare quel realismo magico che ha caratterizzato tanta parte della letteratura sudamericana, da
García Márquez ad Isabel Allende, da Cortázar a Borges.

Gli animali che popolano queste pagine poi, così come le varie specie erbacee menzionate, in qualità di simboli esoterici o apparizioni spettrali, concorrono a creare un’atmosfera di onirica irrealtà.

Un altro degli elementi chiave del romanzo consiste nella dicotomia tra l’oscurità in cui è immersa la casa, chiusa com’è dalle antistanti abitazioni come entro un recinto, e la camera assolata dove si stabilisce il protagonista. Ancora una volta i riferimenti temporali (l’alternanza del giorno e della notte) così come quelli cronologici (l’impossibilità di stabilire l’età anagrafica della vedova Llorente) vengono meno e disorientano. Ogni gesto, ogni particolare diviene, nella sua inesplicabile necessità, presagio di morte e nessun rituale magico, nessuna rievocazione occulta del passato riuscirà a sottrarre i personaggi al loro ineluttabile destino.

Agonia di un decennio, New York ’78

Manuel Puig
Sellerio

Da qualche mese a questa parte sono fortemente attirata dalla letteratura sudamericana, forse per la crescente attenzione dimostrata negli ultimi tempi da diverse case editrici indipendenti, talune dall’univoca vocazione ispanofona. Mi sono così imbattuta in Agonia di un decennio, New York ’78 di Manuel Puig, scrittore e drammaturgo argentino che fece del cosmopolitismo la sua bandiera.

Manuel Puig in una foto scattata nel 1979 (foto di Elisa Cabot)

Si tratta di una raccolta di dodici brevi racconti, pubblicati nel 1978 sulla rivista di lingua spagnola Bazaar, inerenti la sessualità secondo molteplici declinazioni. Le narrazioni sono condotte tutte in prima persona, secondo modalità che si avvicinano ad un soliloquio o ad una solitaria seduta psicoanalitica; vengono ivi descritti incontri, telefonate, dialoghi che diventano monologhi, dove l’interlocutore muto diventa a sua volta voce narrante in una sorta di staffetta di pensieri e punti di vista. La metà dei racconti prende le mosse dai versi di una nota canzone latinoamericana che apre la scena e fa da colonna sonora all’intera narrazione.

Querida/o… vuelvo otra vez a conversar contigo, la noche… trae un silencio que me invita a hablarte, y pienso… si también tú compartirías, los sueños tristes de este amor extraño…

Funge da quinta scenica New York che, dopo gli anni della contestazione studentesca, si avvia verso un inesorabile declino: disincanto, apatia politica e crescente individualismo ne hanno trasformato via via il volto e con esso l’immaginario collettivo del grande sogno americano. La mancata accuratezza descrittiva della città americana e dei suoi luoghi ne rende i contorni sfumati spostando i riflettori, di volta in volta, su Buenos Aires, Roma e Londra all’insegna di quel cosmopolitismo che tanto ha contraddistinto la vita di Manuel Puig.

New York by night (foto di reynermedia)

Universalità dunque, non particolarismi geografici. Gli individui, nella veste di comuni esseri umani, rimangono fedeli alle loro elementari pulsioni e disagi ed esprimono tutto il loro sconforto per le loro insignificanti e solitarie esistenze. Ciò che contraddistingue i protagonisti di tali racconti è la precarietà delle loro vite, la transitorietà delle loro vicende e sensazioni in un continuo vagheggiamento dell’altrove e del passato. Le storie narrate sono altresì contingenti, benché siano “ritratti di eventi minimi”, come sono state definite da Angelo Morino nella postfazione, non risultano legate alla quotidianità quanto piuttosto all’effimera ricerca di piacere, talora meramente immaginifico ancorché ristoratore. Nell’ebbrezza dell’oblio le necessità carnali non appaiono bieche e deplorevoli ma sono dettate dall’imperativo di evadere dalla banalità del quotidiano e dalla concretezza di tutti i giorni per rifugiarsi nel sogno e godere di un momento di labile requie.

Certe volte li lascio esausti. Che non mi vengano fuori con l’incomunicabilità, è roba degli anni sessanta, vadano a raccontarla ad Antonioni. Questo è l’anno ’78 e io sono una donna pioniera in molti sensi. Passo all’altro candidato. Un sogno, sa di tutto, è sulle onde più moderne, è persino riuscito a farmi capire le teorie di Chomsky.

Tale raccolta è assimilabile, in un certo qual modo, ad un album fotografico nel quale le storie, in guisa di istantanee, immortalano uno scorcio, una situazione surreale e a suo modo poetica (anche il titolo sembra richiamare la didascalia manoscritta sul retro di una vecchia foto…).

I racconti descrivono attraverso una specifica tematica, che è quella del sesso e della rivoluzione sessuale, le vicende e la condizione di una generazione di immigrati ispanici nella Grande Mela sul finire di un decennio che ha visto il compimento di tante battaglie e rivolgimenti sociali. Non si tratta solo di una riflessione antropologica sulle rivendicazioni identitarie di un popolo, ma del tentativo di superare il paradigma individualista a favore di una visione collettiva di ciò che rimane degli ideali ereditati – e poi sviliti – a partire dagli anni della contestazione giovanile.

Cosa è accaduto dal 1968 al 1978? I proponimenti di lotta per la libertà e giustizia sociale trovano la loro conclusione con la fine degli anni ’70, travolti dalle nuove ondate di perbenismo ed ipocrisia?

Cosa non mi piace più adesso? Innanzitutto l’acre risacca che hanno lasciato gli anni felici dell’emancipazione sessuale, razziale e politica.

Le promesse di riscatto sociale di coloro che, in un modo o nell’altro, furono degli emarginati sono state disattese dalla storia; le lotte e gli affanni per un mondo più equo si sono estinti con l’arrendevolezza degli istinti alle nuove frontiere del benessere e dell’immediato appagamento.