La ferrovia sotterranea

Colson Whitehead

In una delle tante fiacche domeniche invernali al centro commerciale, girovagando tra gli scaffali del reparto dedicato ai libri, ho adocchiato La ferrovia sotterranea. Faceva capolino, nella bella edizione Big Sur, con una fascetta gialla che la fasciava come una reginetta di bellezza e che recava la scritta “Vincitore del Premio Pulitzer 2017”. Ormai avrete intuito quanto debole sia il mio animo anche di fronte ai più banali espedienti editoriali che mirano alle vette delle classifiche. Beh, solo quando si parla di bei libri, s’intende!

Colson Whitehead at 2011 Brooklyn Book Festival (Foto di editrrix NYC, 2011)

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento la giovane schiava nera Cora decide di abbandonare la piantagione di cotone, e con essa la sua condizione di prigionia, e di partire, assieme all’amico Caesar alla volta degli stati del Nord, verso la libertà. Durante la loro rocambolesca fuga si serviranno della Ferrovia Sotterranea, la rete clandestina di abolizionisti che coadiuvavano gli schiavi a scappare e alla quale Whitehead ha ingegnosamente dato le fattezze materiali di un mezzo di trasporto che si sposta nel sottosuolo.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Foto di E. Rizzo)

Già dal primo capitolo si coglie la portata del retaggio di dolore della stirpe della protagonista e si intuisce quale sia il sistema di valori attraverso cui decodifica la realtà. Nel bagaglio che Cora porta con sé vi sono ben più che l’accetta, la pietra focaia e le patate dolci: vi sono le speranze, la rabbia, la muta disperazione di intere generazioni di afroamericani. Le pagine di questo romanzo sono intrise di brutalità, ma lo scrittore non indugia in descrizioni crudelmente minuziose né indulge nella gratuità della violenza.

“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito”, proseguì Ridgeway. “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano”

Non è un libro perfetto. Le descrizioni di taluni personaggi risultano un po’ artefatte soprattutto laddove si scorgono, anzitempo, i prodromi di un inesorabile destino. Tra l’altro nella costruzione della narrazione si intravede il lavorio letterario dell’autore e ciò la rende meno credibile e potente. Mi riferisco in particolare ai capitoli interamente dedicati a personaggi secondari che, spesso, non aggiungono molto alla storia. Si tratta di notazioni “a margine” che corredano la narrazione, in modo piuttosto vago e poco coerente, come la sterilizzazione delle donne nere nella Carolina del Sud, di suggestioni cupe e descrizioni quasi caricaturali che, se da una parte risultano convincenti per gli ammiccanti riferimenti alla cultura pop e fumettistica, dall’altro tolgono forza e, in qualche modo, sminuiscono la portata della tematica affrontata.

Non è un libro perfetto. Ma è necessario. Soprattutto nella temperie culturale che stiamo vivendo, dominata com’è dalle nuove, recrudescenti ondate di razzismo. Da questo punto di vista, la vincita del Premio Pulitzer e del National Book Award non può non essere considerato un atto politico, un chiaro segnale della presa di coscienza di un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più aberranti.

La piantagione di James Hopkinson (Foto di Henry P. Moore, 1862-63)

Alle avventure dei due giovani schiavi si accompagna, inoltre, la riflessione sulla nascita degli Stati Uniti d’America e sulla brutalità messa in atto ai danni di nativi americani e africani al fine di compiere il grande “Destino manifesto”. La sopravvivenza e la legge del più forte divengono il fondamento dell’imperativo americano, la necessità, quasi primordiale, che sottende alla nascita della nuova nazione. A questo punto diviene legittimo chiedersi se e quanto ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, pesi, sul Nuovo Mondo, il fardello di dolore e crudeltà che ha lordato, fin dai suoi esordi, un sogno di democrazia e libertà.

“E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui.”

Fantomas contro i vampiri multinazionali

Julio Cortázar

Di Cortázar, la scorsa estate, lessi Bestiario senza sapere bene cosa aspettarmi. Non potevo immaginare che ne sarebbe scaturita un’affinità così profonda con lo scrittore argentino. Sarà capitato anche a voi di condividere con l’autore dei vostri romanzi preferiti una simile visione del mondo e di percepire, di primo acchito, un’ineffabile eppure vivida comunanza di valori, ideali e percezioni. Sono molte le opere di Cortázar che vorrei recuperare, prima tra tutte Rayuela. Il gioco del mondo,  il suo romanzo più famoso. Allettata dalle offerte di un sito ecommerce, ho acquistato, oltre al titolo oggetto di disamina in questo articolo, anche Divertimento, edito Voland.

Julio Cortázar, 1967 (Foto di Sara Facio)

Fantomas contro i vampiri multinazionali, pubblicato in Italia da DeriveApprodi nel 2006 nella collana Narrativa, è un’opera breve che sfugge alle più comuni definizioni letterarie: si tratta infatti di un racconto lungo corredato da una molteplicità di intertesti di diversa natura formale. Alla narrazione meramente verbale si amalgamano, secondo modalità letterarie peculiari ed innovative, elementi di tipo visivo come strisce di fumetti, collage, fotomontaggi, documenti storici, che risultano però perfettamente compenetrati nella struttura narrativa del racconto. D’altra parte una tale mistione non è frutto di un vacuo sperimentalismo o di un eccentrico gioco letterario; l’operazione editoriale assume le fattezze di un racconto a fumetti che vede come protagonista il popolarissimo Fantomas per diffondere la sentenza del Tribunale Russell II tra i popoli latinoamericani, inconsapevoli di tali delibere per via di un asfissiante controllo dell’informazione da parte dei governi.

Fantomas contro i vampiri multinazionali (Foto di E. Rizzo)

Il Tribunale Russell II, creato per indagare sulle violazioni dei diritti umani commesse in taluni paesi dell’America Latina, si riunì in due occasioni: a Roma nel 1974 e a Bruxelles nel 1975. E’ proprio durante la seconda sessione che la storia prende le mosse, a partire dagli spostamenti di un fantomatico (!) narratore che, nel tentativo di mettersi al corrente dei fatti del mondo, acquista un racconto a fumetti messicano. Da qui i piani narrativi si mescolano e si confondono in un continuo rimando all’una o all’altra dimensione. Fantomas si slega dalle vignette colorate, nelle quali il narratore sta leggendo di una setta fascista che cerca di distruggere tutti i libri del mondo, coinvolgendo Cortázar stesso e altri intellettuali del tempo: da Alberto Moravia ad Octavio Paz, a Susan Sontag, si fanno carico del mistero e, trasfigurando il racconto in verità storica, del gravoso compito di rendere edotti i popoli latinoamericani affinché possano prendere coscienza delle loro condizioni e finalmente sollevarsi contro gli oppressori.

Il fumetto come intertesto (Foto di E. Rizzo)

Dal discorso di Julio Cortázar per l’insediamento del Tribunale permanente dei popoli (Bologna, 24 giugno 1979):

“Manca solo un detonatore che proietti questo pensiero e lo trasformi in seme per cadere in terre lontanissime e germinare finalmente nei frutti della libertà, della coscienza democratica, della ribellione contro le ingiustizie e la sottomissione. Questo detonatore è anche qui, fra noi, però è necessario strapparlo dalla routine e dai pregiudizi accademici, bisogna convenirlo in qualche cosa di vivo e dinamico. Questo detonatore è l’immaginazione di ognuno, la possibilità che abbiamo di servirci dei mezzi più vari e persino più insperati per trasformare ogni testo giuridico in un pezzo di vita, ogni dichiarazione formale in un sentimento dinamico, in una cosa piena di vita incontenibile.”

Il libretto, nella veste grafica dei fumetti del supereroe mascherato, venne pubblicato nel 1975 in Messico dalla Editorial Novaro e conobbe un grande successo. L’impegno politico si traduce quindi in una precisa e ben calibrata strategia comunicativa affinché schiere di lettori sudamericani potessero comprendere la reale portata del messaggio e farsi carico della responsabilità sociale della lotta. Ad una prima parte ove l’autore ricorre ad espedienti atti ad instaurare un rapporto di complicità con il lettore, che scaturisce, nella fattispecie, dal compiacimento per il surreale artificio letterario messo in scena e dai frequenti appelli alla condivisa esperienza delle cose, segue il fulcro narrativo vero e proprio che trova la sua più efficace esplicazione nel discorso di Susan Sontag e nell’immagine in bianco e nero di un occhio trafitto da un coltello.

“- Sì, Julio, ma tutto questo si sa anche in altri modi, si sa per via del lavoro, o della mancanza di lavoro, si sa dal prezzo delle patate, dal ragazzo ammazzato dietro l’angolo, dai miliardari che passano sulle loro auto davanti alle favelas (è una metafora perché stanno bene attenti a non passarci mai in tutta la loro fottuta vita). Tutto questo lo sappiamo perfino dal canto degli uccelli, dalle risate dei bambini, o mentre facciamo l’amore. Queste cose si sanno, Julio, le sa un minatore, un maestro elementare, un ciclista, in fondo tutti quanti le sappiamo, però siamo deboli o disorientati, oppure ci hanno fatto il lavaggio del cervello e allora crediamo che in fondo non ci vada poi tanto male semplicemente per il fatto che non ci stanno buttando giù la casa o che non ci hanno ancora ammazzato a calci…”

Nelle pagine finali del racconto il discorso politico si fa più pressante: attraverso il telefono, apparecchio magico al confine tra due due dimensioni (la realtà e la narrazione), si odono le voci del Tribunale Russell e dei popoli latinoamericani che si schierano per l’imminente battaglia campale. Contemporaneamente si assiste inoltre ad un crescendo nell’incisività delle immagini – una pistola resa in dettaglio ed uno schieramento serrato di poliziotti – ad indicare che la minaccia diviene sempre più incombente e la rivoluzione non può più essere rimandata.

Poliziotti in assetto antisommossa (Foto di E. Rizzo)

“La cosa bella delle utopie, – disse con chiarezza una voce afrocubana che vibrava come un sonaglio – è che sono realizzabili. Bisogna cominciare a darci dentro, compagno, un nuovo giorno ci attende…”

Sebbene il tentativo di Cortázar di coniugare letteratura e politica non sia perfettamente riuscito (le due discipline più che fondersi, mantengono carattere di sequenzialità l’una rispetto all’altra), il visionario scrittore argentino, mescolando sapientemente una pluralità di linguaggi e sovrapponendo la finzione alla verità storica, è riuscito a dar vita ad una nuova forma narrativa e a rendere eversivo il potere estetico dell’arte.

Il mito americano nella letteratura di frontiera: Giorni senza fine

Sebastian Barry

Ho acquistato il mio primo romanzo western a scatola chiusa, attirata – devo ammetterlo – dalla copertina dai sognanti toni violacei. Non mi aspettavo che mi avrebbe al tempo stesso completamente conquistata, addolorata ed inondata di poesia.

Con questo titolo Sebastian Barry, scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, ha vinto, nel 2016, il Costa Book Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici.

Sebastian Barry (Foto di Alan Betson)

Vengono narrate le avventure di due giovani uomini, Thomas McNulty, protagonista e voce narrante, e John Cole; l’uno, sfuggito alla miseria e alla carestia irlandesi, giunge giovanissimo nelle terre occidentali del nuovo continente, l’altro è un ragazzino indigente di lontana ascendenza indiana. Dal loro incontro prenderanno avvio una serie di vicende rocambolesche che li vedranno sempre tenacemente uniti.

Il contesto storico è quello dell’America di metà Ottocento, quando le lande del West erano dilaniate da cruente lotte intestine e dalla soppressione dei nativi americani che lottavano strenuamente per difendere un territorio che apparteneva loro da sempre.

In Missouri, sotto una siepe, avviene il fatidico incontro tra Thomas e John che si ritroveranno a danzare travestiti da donna in un saloon per i minatori di Daggsville. Smessi i panni di ammalianti donzelle, non riuscendo più a dissimulare la loro ormai matura mascolinità, cercano fortuna in mezzo alle praterie di frontiera dove combatteranno prima contro gli indiani e poi tra le file degli abolizionisti durante la Guerra di Secessione. Sullo sfondo di scontri brutali e agghiaccianti atrocità si staglia la tenerezza dell’amore tra i due giovani uomini.

Giorni senza fine di Sebastian Barry (foto di E. Rizzo)

Nel romanzo di Barry si colgono le tematiche più spiccatamente western: dall’incontro con le tribù dei nativi americani all’ambientazione nel lontano West, ove hanno tradizionalmente luogo le vicende epiche legate alla nascita della nuova nazione. Il processo mitopoietico americano converge proprio qui, nelle lande sterminate occidentali, con la sovrapposizione del leggendario e selvaggio cowboy all’immagine storicizzata del neocittadino statunitense che trova ivi la sua terra promessa. Il mito della frontiera dunque, adattato (o meglio, manipolato) sulla scorta della retorica della marcia verso ovest come espressione della quintessenza dell’americanità (F.J. TURNER, La frontiera nella storia americana, 1975), rappresentava pertanto l’atto fondativo dell’identità nazionale, imprescindibile per i futuri scenari imperialistici che ne sarebbero scaturiti.

La rivisitazione delle vicende occidentali in chiave mitica e letteraria si esplica attraverso la definizione di un archetipo culturale di confine, ovvero attraverso la dimensione dell’ignoto, del viaggio, dell’avventura e del soverchiante dispiegamento di una natura selvaggia ed incontaminata.

Se Giorni senza fine in parte si discosta dalle più consuete narrazioni di genere, non se ne possono non intuire i rimandi. Il romanzo in realtà supera i confini della frontiera smussando la ferocia e l’iniquità delle vicende guerresche con una prosa icastica, seppure dotata di grande lirismo, e attraverso misurate riflessioni esistenziali che hanno però il pregio di aprire piccoli e indelebili squarci nell’animo.

Il tempo per noi non era una cosa che aveva fine, sarebbe andato avanti per sempre, così com’era in quel momento. Non so se riesco a spiegare che voglio dire con questo. Ricordo che in quegli anni eterni a certe cose non ci pensavo. Lo sto facendo adesso, mentre scrivo queste parole in Tennessee. Sto pensando ai giorni senza fine della mia vita. Adesso non è più così.

La battaglia di Cold Harbor in un dipinto dell’epoca (Kurz & Allison, 1888 circa)

Aura

Carlos Fuentes

Mi capita spesso di spulciare tra i remainders o le offerte delle librerie on line…Durante il Black Friday ho fatto incetta di nuovi libri e tra i vari titoli mi sono imbattuta in Aura, un romanzo breve scritto dal messicano Carlos Fuentes nel lontano 1962. Il Saggiatore ne ha curato l’edizione per la prima volta nel 1997 e poi nel 2003 nella collana Il Saggiatore Tascabili.

Carlos Fuentes (foto di Ulf Andersen/Getty)

Felipe Montero, giovane storiografo, allettato da un’inserzione sul giornale che promette un lauto stipendio, si reca nella dimora della vedova Llorente ove dovrà redigere le memorie del marito defunto. Felipe fa dunque la conoscenza di Aura, la bella e sfuggente nipote dell’anziana Consuelo, e con lei intesse un rapporto di ardente passione e amore.

Aura di Carlos Fuentes (Foto di E. Rizzo)

Le vicende sono narrate in seconda persona singolare e l’utilizzo dei tempi presente e futuro appare come il rincorrersi di imperativi o esortazioni che si succedono con il dipanarsi della narrazione, in tempo reale. Il tempo diviene, in tal modo, il vero protagonista del romanzo: il passato, il presente ed il futuro si mescolano indistricabilmente. Il tempo della narrazione e quello concernente le memorie del generale Llorente si alternano e talora si sovrappongono in uno strano gioco di specchi e velate rivelazioni.

Non guarderai di nuovo l’orologio, quell’oggetto inservibile che misura falsamente un tempo concesso alla vanità umana, quelle lancette che marcano tediosamente le lunghe ore inventate per ingannare il vero tempo, il tempo che corre con la velocità offensiva, mortale, che nessun orologio può misurare. Una vita, un secolo, cinquant’anni: non ti sarà più possibile immaginare quelle misure bugiarde, non ti sarà più possibile prendere in mano quella polvere senza corpo.

Una siffatta fluidità può essere ravvisata anche negli stessi personaggi poiché le identità tendono a sfumare e si confondono l’una con l’altra. In particolare le esistenze di Aura e di Consuelo sembrano fortemente intrecciate: l’una, apparentemente, risulta dipendente dall’altra in virtù di un rapporto morboso ed inquietante. Nel dispiegarsi degli eventi il lettore riesce già a cogliere i prodromi del mistero che si cela dietro l’oscura parentela, ma solo alla fine la verità verrà svelata in tutta la sua tangibile nefandezza.

Illustrazione di A. Acosta
(da Aura. Carlos Fuentes. Ilustraciones de Alejandra Acosta. Libros del Zorro Rojo, 2017.)

L’opera di Fuentes non può, tra l’altro, non richiamare quel realismo magico che ha caratterizzato tanta parte della letteratura sudamericana, da
García Márquez ad Isabel Allende, da Cortázar a Borges.

Gli animali che popolano queste pagine poi, così come le varie specie erbacee menzionate, in qualità di simboli esoterici o apparizioni spettrali, concorrono a creare un’atmosfera di onirica irrealtà.

Un altro degli elementi chiave del romanzo consiste nella dicotomia tra l’oscurità in cui è immersa la casa, chiusa com’è dalle antistanti abitazioni come entro un recinto, e la camera assolata dove si stabilisce il protagonista. Ancora una volta i riferimenti temporali (l’alternanza del giorno e della notte) così come quelli cronologici (l’impossibilità di stabilire l’età anagrafica della vedova Llorente) vengono meno e disorientano. Ogni gesto, ogni particolare diviene, nella sua inesplicabile necessità, presagio di morte e nessun rituale magico, nessuna rievocazione occulta del passato riuscirà a sottrarre i personaggi al loro ineluttabile destino.

Una scrittrice da Pulitzer

L’idealista

Geraldine Brooks

Eccoci giunti all’ultimo appuntamento con l’iniziativa “Una scrittrice da Pulitzer” portata avanti da Melania, che si conclude con la mia breve recensione de L’idealista di Geraldine Brooks, scrittrice e giornalista australiana, vincitrice del Premio Pulitzer nel 2006 grazie a questo romanzo storico.

Geraldine Brooks (Foto di Randi Baird)

Appassionata lettrice di Piccole Donne, la Brooks ha inteso seguire le vicende, taciute nel libro della Alcott, del padre delle sorelle March durante la guerra di secessione americana. Secondo un ben riuscito esperimento – ed omaggio – letterario, la scrittrice, nel delineare gli ideali e la statura morale del protagonista, si è ispirata al padre di Louisa May Alcott, Bronson, esponente, insieme ad Emerson e a Thoreau, dell’idealismo americano del XIX secolo. In queste pagine, però, della calda e gioiosa atmosfera casalinga di Piccole Donne non resta che un lontano riverbero: la guerra, che ha provocato una vera e propria carneficina su tutti e due i fronti, viene descritta in tutta la sua atrocità; al lettore non vengono risparmiati neppure i particolari più cruenti e disgustosi ed il macigno della crudeltà gratuita perpetrata ai danni di uomini, donne e bambini non può non pesare rendendone dolorosa, benché necessaria, la lettura.

Le vicende hanno inizio nel 1861 in Virginia, ove già imperversava la Guerra Civile; March, fervente abolizionista, si era arruolato nelle truppe unioniste al fine di dare un contributo concreto alla causa di cui, insieme ad altri eminenti personaggi del suo tempo, si faceva portavoce. Il suo rientro a casa, un anno dopo, lo vedrà profondamente cambiato. Quali lacerazioni tormentano il suo animo? Come è mutata la sua visione di instancabile sognatore dopo aver assistito alle più atroci efferatezze della guerra?

Se la guerra potesse mai essere definita giusta, allora quella guerra lo sarebbe stata; era un’azione dettata da una causa morale, sostenuta dai più rigorosi puntelli intellettuali. Eppure ovunque mi girassi vedevo l’ingiustizia perpetrata nel realizzarla.

Un libro ed un fiocco di cotone… (Foto di E. Rizzo)

L’integerrima condotta del cappellano March sfocia talora in un esasperante radicalismo, tanto da renderlo inviso agli occhi del lettore. L’eccessiva rettitudine, invero, non rende il personaggio meno credibile al lettore, né tantomeno lo disumanizza. Il protagonista potrebbe essere altresì biasimato – forse a ragione – per la pervicacia dei suoi proponimenti e al contempo per la codardia dimostrata in talune occasioni, ma la sua sincera probità lo pone ben lontano dalla retorica dell’onore e del valore in guerra. D’altra parte la scrittrice aveva condotto accurate indagini bibliografiche ed il ritratto che ne è scaturito è ben aderente alle peculiarità caratteriali e umane del padre della Alcott.
March non teme di apparire un pusillanime, se non di fronte a se stesso, e persegue con ostinata abnegazione il sogno dell’uguaglianza tra bianchi e neri.

Come già ribadito, l’immagine del cappellano risulta ampiamente svilita dalla sua intransigenza e poi da un’autoriprovazione oltremisura che lo rendono persino irritante (questa, almeno, è la mia personale sensazione); egli tende a far coincidere l’immaginario ed il reale senza alcuna concessione all’eccezione o alle necessità contingenti.

La concretezza, la comprensione e l’accettazione dell’avverso destino contraddistinguono invece i personaggi femminili che popolano questo romanzo. L’accurata analisi condotta dalla Brooks nel ricreare un verosimile scenario storico ha previsto pure una profonda riflessione su quelle che erano le condizioni femminili in relazione al colore della pelle e, parimenti, dell’estrazione sociale. Si tratta di donne volitive, altere, che con coraggio e fermezza accolgono le decisioni che altri hanno preso per loro senza mai restarne avvinte, anzi adattando acutamente il corso delle loro esistenze al mutare degli eventi.

Ne abbiamo avuto abbastanza di bianchi che pretendono di disporre della nostra vita! Ci sono uomini della mia razza molto più esperti nel dare ogni tipo di aiuto di quanto lei non sarà mai in grado di essere. E là ci sono predicatori negri in abbondanza, che conoscono il vero linguaggio delle nostre anime. Una popolazione libera deve imparare a gestire il proprio destino.

Famiglia di schiavi afroamericani nel sud della Carolina
(Foto di Timothy O’ Sullivan, 1840)

In questo continuo alternarsi tra speranza e rassegnazione, tra ideale e reale, tra azione ed inattività, si esplicano i tormenti di March e degli uomini che come lui, pur nella fallacia delle loro condotte, hanno tentato e tentano ogni giorno di cambiare le cose.
L’idealista è un romanzo coinvolgente ed intenso che, grazie ad una prosa enfatica ma non ridondante, assume le sembianze di uno di quei grandi classici che hanno già superato il vaglio critico di generazioni di lettori.

Desidero ringraziare ancora una volta Melania, che, per pur non conoscendomi, mi ha accordato piena fiducia nel partecipare a questo bellissimo progetto, e tutti i ragazzi del gruppo.

UNA SCRITTRICE DA PULITZER

17 Novembre 2014 – DONNA TART CON: ‘THE GOLDFINCH’ (IL CARDELLINO);

— La libreria dietro l’angolo: https://www.youtube.com/user/Kayura1984

— Unaspeciedisolitudine: https://instagram.com/unaspeciedisoli…

8 Dicembre 2018 2011 – JENNIFER EGAN: JENNIFER EGAN: ‘A VISIT FROM THE GOON SQUAD’ (IL TEMPO É UN BASTARDO);

— Eleonora F misstortellino: https://www.youtube.com/user/misstort…

— Sebástian Lector Sombrero: https://www.youtube.com/channel/UC6Po…

— Simo La Biblionauta: https://www.youtube.com/channel/UCsrm…

— Clarissa QuestioniDiLibri: https://www.youtube.com/channel/UCOYY…

— L’Ora del Libro – Anita Book: https://www.youtube.com/user/Ioleggoetu

29 Dicembre 2018 2009 – ELIZABETH STROUT: ‘OLIVER KITTERIDGE’

— DiarioDiFede: https://www.youtube.com/channel/UCR6J…

— Ima AntheBooks: https://www.youtube.com/channel/UC8QD…

5 Gennaio 2018 2006 – GERALDINE BROOKS: ‘MARCH’ (L’IDEALISTA)

— Pillipinz – Elisa: https://instagram.com/pillipinz?utm_s…

Agonia di un decennio, New York ’78

Manuel Puig
Sellerio

Da qualche mese a questa parte sono fortemente attirata dalla letteratura sudamericana, forse per la crescente attenzione dimostrata negli ultimi tempi da diverse case editrici indipendenti, talune dall’univoca vocazione ispanofona. Mi sono così imbattuta in Agonia di un decennio, New York ’78 di Manuel Puig, scrittore e drammaturgo argentino che fece del cosmopolitismo la sua bandiera.

Manuel Puig in una foto scattata nel 1979 (foto di Elisa Cabot)

Si tratta di una raccolta di dodici brevi racconti, pubblicati nel 1978 sulla rivista di lingua spagnola Bazaar, inerenti la sessualità secondo molteplici declinazioni. Le narrazioni sono condotte tutte in prima persona, secondo modalità che si avvicinano ad un soliloquio o ad una solitaria seduta psicoanalitica; vengono ivi descritti incontri, telefonate, dialoghi che diventano monologhi, dove l’interlocutore muto diventa a sua volta voce narrante in una sorta di staffetta di pensieri e punti di vista. La metà dei racconti prende le mosse dai versi di una nota canzone latinoamericana che apre la scena e fa da colonna sonora all’intera narrazione.

Querida/o… vuelvo otra vez a conversar contigo, la noche… trae un silencio que me invita a hablarte, y pienso… si también tú compartirías, los sueños tristes de este amor extraño…

Funge da quinta scenica New York che, dopo gli anni della contestazione studentesca, si avvia verso un inesorabile declino: disincanto, apatia politica e crescente individualismo ne hanno trasformato via via il volto e con esso l’immaginario collettivo del grande sogno americano. La mancata accuratezza descrittiva della città americana e dei suoi luoghi ne rende i contorni sfumati spostando i riflettori, di volta in volta, su Buenos Aires, Roma e Londra all’insegna di quel cosmopolitismo che tanto ha contraddistinto la vita di Manuel Puig.

New York by night (foto di reynermedia)

Universalità dunque, non particolarismi geografici. Gli individui, nella veste di comuni esseri umani, rimangono fedeli alle loro elementari pulsioni e disagi ed esprimono tutto il loro sconforto per le loro insignificanti e solitarie esistenze. Ciò che contraddistingue i protagonisti di tali racconti è la precarietà delle loro vite, la transitorietà delle loro vicende e sensazioni in un continuo vagheggiamento dell’altrove e del passato. Le storie narrate sono altresì contingenti, benché siano “ritratti di eventi minimi”, come sono state definite da Angelo Morino nella postfazione, non risultano legate alla quotidianità quanto piuttosto all’effimera ricerca di piacere, talora meramente immaginifico ancorché ristoratore. Nell’ebbrezza dell’oblio le necessità carnali non appaiono bieche e deplorevoli ma sono dettate dall’imperativo di evadere dalla banalità del quotidiano e dalla concretezza di tutti i giorni per rifugiarsi nel sogno e godere di un momento di labile requie.

Certe volte li lascio esausti. Che non mi vengano fuori con l’incomunicabilità, è roba degli anni sessanta, vadano a raccontarla ad Antonioni. Questo è l’anno ’78 e io sono una donna pioniera in molti sensi. Passo all’altro candidato. Un sogno, sa di tutto, è sulle onde più moderne, è persino riuscito a farmi capire le teorie di Chomsky.

Tale raccolta è assimilabile, in un certo qual modo, ad un album fotografico nel quale le storie, in guisa di istantanee, immortalano uno scorcio, una situazione surreale e a suo modo poetica (anche il titolo sembra richiamare la didascalia manoscritta sul retro di una vecchia foto…).

I racconti descrivono attraverso una specifica tematica, che è quella del sesso e della rivoluzione sessuale, le vicende e la condizione di una generazione di immigrati ispanici nella Grande Mela sul finire di un decennio che ha visto il compimento di tante battaglie e rivolgimenti sociali. Non si tratta solo di una riflessione antropologica sulle rivendicazioni identitarie di un popolo, ma del tentativo di superare il paradigma individualista a favore di una visione collettiva di ciò che rimane degli ideali ereditati – e poi sviliti – a partire dagli anni della contestazione giovanile.

Cosa è accaduto dal 1968 al 1978? I proponimenti di lotta per la libertà e giustizia sociale trovano la loro conclusione con la fine degli anni ’70, travolti dalle nuove ondate di perbenismo ed ipocrisia?

Cosa non mi piace più adesso? Innanzitutto l’acre risacca che hanno lasciato gli anni felici dell’emancipazione sessuale, razziale e politica.

Le promesse di riscatto sociale di coloro che, in un modo o nell’altro, furono degli emarginati sono state disattese dalla storia; le lotte e gli affanni per un mondo più equo si sono estinti con l’arrendevolezza degli istinti alle nuove frontiere del benessere e dell’immediato appagamento.

Un Nobel per te

Patrick Modiano

Via delle botteghe oscure

Ecco che comincia per me una nuova avventura…

Da tempo ormai sentivo la necessità di condividere il mio amore per i libri con altri appassionati lettori. Ci ho riflettuto a lungo e, dovendo fare i conti con una timidezza quasi puerile, ho optato per una modalità ormai desueta ma che forse mi è la più congeniale: un blog.

L’input è venuto dall’appello che Melania Costantino – persona di rara sensibilità e cultura – ha fatto a proposito di due iniziative, Un Nobel per te e Una scrittrice da Pulitzer, ideate dalla stessa Melania, affinché youtubers, instagrammers o semplici utenti digitali parlassero o scrivessero di determinati libri. Il progetto Un Nobel per te ha visto una precedente edizione nella quale sono state recensite le opere delle 14 donne che hanno vinto il Premio Nobel fino ad ora. Questa nuova sessione ha invece incluso i vincitori di sesso maschile, assegnati ai vari partecipanti all’iniziativa mediante un sorteggio. A me è stato attribuito Patrick Modiano, vincitore

“per l’arte della memoria con la quale ha evocato i destini umani più inafferrabili e scoperto il mondo della vita dell’occupazione”

del Premio Nobel nel 2014, e ho scelto di leggere Via delle Botteghe Oscure.

Patrick Modiano (foto di Frankie Fouganthin )

Il romanzo viene pubblicato in Francia nel 1978 dall’editore Gallimard, mentre in Italia vede la sua prima edizione nel 1979 (Rusconi) con una traduzione di Giancarlo Buzzi. Nello stesso anno della pubblicazione, l’opera viene insignita del prestigioso Premio Goncourt. Protagonista e voce narrante è Pedro McEvoy Stern, un uomo che, pochi anni prima degli eventi narrati nel libro, perde la memoria e viene poi assunto da Hutte, responsabile di un’agenzia di investigazioni. La scena iniziale si apre con l’ultimo incontro tra il narratore e Hutte: questi infatti si accinge a partire per Nizza ove conta di trascorrere una serena vecchiaia mentre il nostro protagonista, senza smettere i panni del detective, comincerà a seguire una pista che lo condurrà a gettare luce sul suo oscuro passato. Vecchie fotografie, incontri con personaggi evanescenti e informazioni ricevute dal suo ex datore di lavoro contribuiscono, secondo le più consuete tecniche di ricerca investigativa, a delineare le vicende della sua vita passata, ma senza mai metterle completamente a fuoco. Le indagini proseguono fino alla fine tra sospensione e vaghezza nel proponimento di sottrarre all’oblio i frammenti del suo passato e di un amore perduto.

…frammenti di memoria…(foto di E. Rizzo)

Il leitmotiv del romanzo è la memoria, non solo quella personale di Pedro, ma anche la rievocazione condivisa di un tempo che non può tornare, se non nel ricordo di chi l’ha vissuto. Il confronto con l’altro diventa quindi veicolo della reminiscenza collettiva, dove ogni punto di vista concorre a riesumare i frammenti del passato del protagonista. Questa costante tensione verso il ricordo, d’altra parte, non si configura unicamente come il superamento dell’amnesia in senso stretto, quanto piuttosto come il recupero di un’identità perduta.

“nella vita non è l’avvenire che conta, ma il passato”

Nel nostalgico vagheggiamento di quel che è stato vi è l’amara consapevolezza dell’inesorabilità del tempo che cancella ogni cosa, come orme sulla spiaggia, e al contempo tra queste pagine vi è tutta la dolcezza della malinconia. La mestizia della commemorazione e la delicatezza delle immagini evocate rendono Via delle Botteghe Oscure indubbiamente un romanzo proustiano benché la frammentarietà del ricordo – di cui rimangono solo lacerti, rapidi flash e molte incertezze – ponga la narrazione ben lontana dall’esperienza epifanica della memoria come raggiungimento della felicità e della verità. Nell’indeterminatezza del tempo perduto si coglie, come scrive nella postfazione G. Montefoschi, l’inutilità di ogni spiegazione: ciò che è stato ci appartiene ed è parte della nostra essenza. Per Modiano, a differenza dell’autore della Recherce, la rievocazione del passato non ha un fine consolatorio ma contribuisce, pur nella sua parzialità e incompletezza, a determinare la nostra identità.

“Fino a questo momento, tutto mi è parso molto caotico, spezzettato…Brandelli, briciole di qualcosa mi affioravano d’improvviso, alla memoria, procedendo nelle ricerche…ma dopotutto, una vita può ben essere questo…Ma si tratta della mia vita o di quella di un altro nella quale mi sono insinuato?”

Attraverso poche, efficaci pennellate l’autore riesce a descrivere lucidamente luoghi, persone e sensazioni e ad evocare immagini vivide, quasi tangibili. Le descrizioni più suggestive sono quelle che riguardano Parigi e le sue strade; grazie all’accuratezza della narrazione e ad un’aggettivazione ben calibrata diviene quasi possibile seguirne la topografia, sentirne le voci e i rumori, respirarne gli odori. La prosa di Modiano è priva di orpelli ma elegante; ogni frase risulta precisa, necessaria e conduce il lettore ad un rapido passaggio dalla parola scritta alla tridimensionalità dell’immaginazione.

Il cielo sopra Parigi (foto di E. Rizzo)

Un Nobel per te #2

ANNI: 1901-1931

3 Novembre 2018

1913 – RABINDRANATH TAGORE:
Con ‘GITANJALI’ – Libro in mano: https://www.youtube.com/channel/UC_KQ…
E
Con ‘GITANJALI’ – La Pin Up dei Libri: https://www.youtube.com/channel/UCRpK…
Con ‘IL VAGABONDO’ – Stefania sul canale Duca Von p: https://www.youtube.com/user/plinianina

1915 – ROMAIN ROLLAND
Con ‘GANDHI’ – Melania Costantino: https://www.youtube.com/channel/UCe3S…


ANNI: 1922 -1942

10 Novembre 2018

1932 – JONH GALSWORTY Con ‘IL POSSIDENTE’ – Helen in Bookland: https://www.youtube.com/channel/UC6p4…

1934 – LUIGI PIRANDELLO Con ‘UNO, NESSUNO E CENTOMILA’ – Unaspeciedisolitudine: https://instagram.com/unaspeciedisoli…

ANNI: 1943 – 1963

24 Novembre 2018

1956 – JUAN RAMÓN JIMENEZ
Con ‘PLATERO Y YO’ – Melanie M Leggi Viaggia Vlogga: https://www.youtube.com/channel/UCTDZ…

1961 – IVO ANDRIC
Con ‘LA CORTE DEL DIAVOLO – Melania Costantino: https://www.youtube.com/channel/UCe3S…

ANNI: 1964 – 1984

1 Dicembre 2018

1973 – PATRICK WHITE
Con ‘LA MANO DI UNA DONNA’ – Clod matty: https://www.youtube.com/channel/UCWI_…
Con ‘IL GIARDINO SOSPESO’ – Melania Costantino https://www.youtube.com/channel/UCe3S…

1978 – ISAAC BASHENIS SINGER
Con ‘SATANA A GORAJ’ – L’Ora del Libro: https://www.youtube.com/user/Ioleggoetu
Con ‘SATANA A GORAJ’ – Clarissa QuestioniDiLibri: https://www.youtube.com/channel/UCOYY…

ANNI: 1985 – 2005

15 Dicembre 2018

1999 – GÜNTER GRASS
Con ‘L’ETICA DELLO SCRITTORE’ – Ima AndtheBooks: https://www.youtube.com/channel/UC8QD…

2005 – IMRE KERTÉSZ
Con ‘ESSERE SENZA DESTINO’ – La libreria dietro l’angolo: https://www.youtube.com/user/Kayura1984


ANNI: 2006 – 2017

22 Dicembre 2018

2011 – TOMAS TRANSTRÖMER
Con ‘I RICORDI MI GUARDANO’ e ‘LA LUGUBRE GONDOLA’ – Lise Charmel: https://www.youtube.com/channel/UC7qA.. .

2014 – PATRICK MODIANO
Con ‘VIA DELLE BOTTEGHE OSCURE’ – Pillipinz: https://instagram.com/pillipinz?utm_s…
Con ‘I VIALI DI CIRCONVALLAZIONE’ – SelvaggiaAngelica: https://www.youtube.com/user/fiknMani…
Con ‘BIJOU’ – Umarubooks: https://www.youtube.com/channel/UC5YL…