L'inferno comincia nel giardino

Jonathan Lethem

Amici lettori, non mi è capitato sovente, dall’apertura del blog, di recensire una raccolta di racconti, forse solo in una o due occasioni. Ancora una volta si tratta di un autore americano, la cui cifra stilistica è nota per essere variegata e la cui produzione letteraria è talmente multiforme da sfuggire ad un’univoca classificazione di genere. La raccolta di racconti di cui mi accingo a parlare, L’inferno comincia nel giardino, è stata pubblicata per la prima volta negli Stati Uniti nel 1996 e contiene sette racconti, di cui cinque pubblicati precedentemente tra il 1991 ed il 1995 e due inediti. Poiché lo sperimentalismo onirico di Lethem spazia tra le tematiche e le suggestioni più disparate, ho creduto più semplice recensire singolarmente i vari racconti così da non sovrapporre mondi lontanissimi tra loro.

Jonathan Lethem (By David Shankbone – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=2767105)

L’uomo felice –

Solo che non lo chiamavano Inferno. Lo chiamavano “paesaggio psichico”. E non ci misi molto a capire che volevano lo considerassi qualcosa di simbolico. Il consulente voleva che spiegassi che cosa significava il mio Inferno. Riuscii a trattenere la rabbia, ma al primo intervallo me ne andai. L’inferno non significa niente. Magari il vostro un significato ce l’ha. Ma il mio no. Ecco cosa lo rende un Inferno. E non è simbolico. E’ molto, molto reale.

Il primo racconto è un condensato di vita americana dal punto di vista privilegiato della surrealtà che ne mette in mostra i tratti più orrorifici e inquietanti. Il protagonista, Tom, è in bilico tra la normale vita familiare e periodici viaggi dell’inconscio all’inferno che lo riducono alla stregua di uno zombie. Le sue avventure oniriche ripropongono sempre il medesimo incipit: l’incarnazione nel bambino di otto anni che fu, le lunghe attese, con altri coetanei, della bellissima strega a cavallo affinché servisse loro l’agognata colazione. Gli scenari e le situazioni si modificano, sulla scorta di schemi prestabiliti, a seconda delle scelte compiute da Tom, ma giungono sempre allo stesso tetro finale. Un viaggio nel perturbante mondo interiore del protagonista che prende in prestito suggestioni dantesche, lewis-carroliane ma anche elementi da Il mago di Oz e I viaggi di Gulliver, per dar vita ad una dimensione bizzarra, cionondimeno vicina alla complessità della realtà.

Vanilla Dunk – Uno degli aspetti più caratterizzanti della cultura popolare americana è senza dubbio lo sport e ciò che vi ruota attorno. In questo racconto Lethem restituisce un quadro immaginifico eppure accurato e lucido del mondo del basket, con i suoi antagonismi e giochi di potere. Le vicende, ambientate in un futuro prossimo, in una realtà non troppo dissimile dalla nostra, sono incentrate attorno ad un gruppo di giocatori dotati di speciali ipertute che li rendono simili, nelle prestazioni atletiche, a giocatori del calibro di Michael Jordan. Eppure si tratta di qualità posticce, filtri esteriori che di fatto non modificano le capacità sportive in termini di scelte strategiche, né tanto meno le peculiarità caratteriali. Il sottotesto a margine delle vicissitudini di questi nuovi atleti dell’NBA è ancora più interessante: Lethem si interroga sulle difficoltà dell’artista moderno, eminentemente degli scrittori della sua generazione, di confrontarsi con le grandi menti del passato e della diffusa tendenza ad imitare i capolavori con arrendevolezza e cerimoniosa reverenza. L’innovazione, strada poco battuta dagli intellettuali contemporanei, risulta ciononostante la modalità più efficace per farsi portavoce delle istanze del proprio tempo.

Chiaro e il Sofferente – Due fratelli, Paul e Don (denominato “Chiaro”), spacciatori dilettanti di crack, cercano di fuggire da New York a seguito di una rapina non andata a buon fine. Dopo poche pagine fa la sua comparsa il Sofferente, un felino dal volto umano che comincia a seguirli fino al tragico epilogo che li attende. L’alieno, e più specificatamente il suo messaggio escatologico, rimangono avvolti nel mistero: potrebbe trattarsi di una simbolica rappresentazione dell’anima o della coscienza oppure incarnare una sorta di “angelo custode” o di Daimon, essere intermediario tra gli uomini e il divino. Ciò che è ben evidente è piuttosto il tentativo di Lethem di introdurre dentro una storia qualunque nei bassifondi newyorchesi (interessantissimi sono altresì i riferimenti alle differenze razziali) un elemento fantastico al fine di registrarne le interazioni e riflettere sull’effettiva destabilizzazione degli eventi.

Per sempre, disse il Papero – Una coppia, non meglio identificata, invita ad un party gli avatar dei loro vecchi amanti. Potrebbe trattarsi in effetti, benché non ne sia fatta esplicita menzione, di una festa virtuale i cui protagonisti sono programmi che riproducono dissimili complesse personalità, ognuna con un passato ed una storia legata sessualmente alla coppia. Tali bizzarre simulazioni digitali culminano in un epilogo quanto mai surreale. Ancora una volta Lethem crea un’amalgama esplosivo tra racconto fantascientifico, nonsense e sorprendente immaginazione, andando forse un po’ troppo oltre…

Five Fucks (Cinque scopate) – Un elaborato fumoso, dai contorni confusi, diviso in cinque brevissimi episodi. In realtà la lettura è resa difficoltosa dalla trasposizione del titolo in italiano che risulta fuorviante e rischia di comprometterne la comprensione. “Fucks“, oltre ad includere un esplicito riferimento al sesso, può riferirsi ad espressioni, per così dire, interrogative, ad un brutale invito a levarsi di torno, alla spiacevole deriva cui confluisce talvolta una situazione o un’intera vita…Il gioco semantico si ripropone inoltre nella menzione reiterata di un nome (Pupkiss) che compare nei vari episodi in modo via via linguisticamente differenziato fino ad apparire come un’assonanza, come l’eco di un tempo passato che fa da contraltare all’oblio dilagante. Agli amplessi di due amanti occasionali, infatti, seguono, secondo una logica di causa-effetto, disastrosi e assurdi cambiamenti nel mondo circostante e al contempo una inspiegabile amnesia collettiva.

Duri come la pietra – La narrazione è ambientata in un futuro verosimilmente non troppo distante dal nostro tempo, in cui i criminali condannati all’ergastolo vengono tramutati in blocchi da costruzione atti all’edificazione della prigione stessa. Attraverso gli occhi del protagonista, Nick Marra, assistiamo al repentino innalzamento dei piani delle carceri che in pochi anni passano da dieci a trentadue. Dopo la visita furtiva ai tempi del liceo, Nick conoscerà da vicino l’efferatezza della prigionia e della condivisione della cella con i blocchi umani. Benché deceduti, infatti, i criminali ridotti ad orrorifici elementi architettonici hanno conservato la capacità di pensare, vedere e parlare. Una storia gotica e oscura che trova un brillante finale nella risoluzione dell’enigma poliziesco che ne percorre le pagine.

I dormiglioni – Una schiera di dormiglioni, in grado di far proliferare le piante a loro più prossime, giace qui e là, ai margini di una qualsiasi cittadina americana contemporanea. In questo ultimo, breve racconto seguiamo le vicende di Judith, una donna coraggiosa che si ritrova ad ospitare un uomo in uno stato di inestinguibile letargia. Non si tratta solo della denuncia della mancata consapevolezza sociale e politica che oggigiorno sembra essere sempre più dilagante; il ricorso all’espediente narrativo del sonno sembra fare da contropartita al primo dei racconti di questa raccolta, L’Uomo felice. Il punto di vista, in questo caso, è quello di una donna che, a dispetto delle circostanze più aberranti, mantiene la propria lucidità e pragmaticamente sceglie per la propria vita.

L’inferno comincia nel giardino di Jonathan Lethem (Foto di E. Rizzo)

Florida

Lauren Groff

Rieccomi qui, a parlare di libri! La costanza non mi appartiene, in effetti. Gli sparuti lettori di questo blog non me ne vogliano, altri impegni e pensieri affollano le mie giornate ed il poco tempo libero lo dedico quasi interamente allo studio e alla lettura.

Florida – Lauren Groff (Foto di E. Rizzo)

Di questa raccolta di racconti avrei voluto scrivere tempo fa, quando la lettura era ancora fresca e mi era rimasta appiccicata la calura umidiccia dello stato più a sud-est degli Stati Uniti. Florida è una raccolta di racconti pubblicata nel 2018 da Bompiani che, dopo il grande successo di Fato e Furia, ha consacrato Lauren Groff come una della migliori scrittrici statunitensi contemporanee.

Lauren Groff (By Cbkallman at English Wikipedia, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=47774777)

Una terra selvaggia ed inospitale fa da sfondo alle vicende di famiglie sull’orlo dello sfacelo, dove madri anaffettive e padri/comparsa costringono inermi bambini a cavarsela da soli.

I racconti sono popolati da una moltitudine di animali, dalle specie più innocue e familiari a quelle più selvagge. Come in un bestiario moderno se ne annoverano le peculiarità esteriori, senza tralasciare la descrizione dell’indole più o meno ferina. Talvolta invece la presenza degli animali viene solo accennata e, in guisa di spettri, fanno la loro inquietante comparsa per minacciare ancora una volta l’incolumità degli abitanti della Florida. E’ il serpente, essere edenico per eccellenza, che viene citato con maggiore frequenza: in fondo quei luoghi nel profondo sud degli Stati Uniti non sono poi così dissimili da quell’Eden di cose pericolose di fine ‘700.

Pensò ai serpenti che dormivano attorcigliati nelle loro tane e agli alligatori che affioravano per fiutare la sua presenza nel buio, al modo in cui si muovevano sulla terra, il loro avanzare circospetto; a come lei fosse l’unica cosa vivente sperduta tra tante altre creature, e non speciale in quanto umana. (Sopra e sotto)

Anche la natura appare poco accogliente e pericolosa con le sue paludi, foreste, le decadenti vie urbane dove sovente accadono stupri e violenze.

Alligatore del Mississippi (Di Jacklee – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=37772739)

Storie minime e piccoli drammi che si consumano all’interno delle mura domestiche, mentre la Florida viene evocata come una preghiera. In uno stile impeccabile e maestoso, la Groff dipinge il quadro della quieta disperazione che sottende questa nostra desolante umanità, dove siamo tutti irresponsabilmente coetanei ed il nostro imperioso ed imperturbabile egoismo ci conferisce i tratti di una cieca bestialità.

La ferrovia sotterranea

Colson Whitehead

In una delle tante fiacche domeniche invernali al centro commerciale, girovagando tra gli scaffali del reparto dedicato ai libri, ho adocchiato La ferrovia sotterranea. Faceva capolino, nella bella edizione Big Sur, con una fascetta gialla che la fasciava come una reginetta di bellezza e che recava la scritta “Vincitore del Premio Pulitzer 2017”. Ormai avrete intuito quanto debole sia il mio animo anche di fronte ai più banali espedienti editoriali che mirano alle vette delle classifiche. Beh, solo quando si parla di bei libri, s’intende!

Colson Whitehead at 2011 Brooklyn Book Festival (Foto di editrrix NYC, 2011)

Nella Georgia della prima metà dell’Ottocento la giovane schiava nera Cora decide di abbandonare la piantagione di cotone, e con essa la sua condizione di prigionia, e di partire, assieme all’amico Caesar alla volta degli stati del Nord, verso la libertà. Durante la loro rocambolesca fuga si serviranno della Ferrovia Sotterranea, la rete clandestina di abolizionisti che coadiuvavano gli schiavi a scappare e alla quale Whitehead ha ingegnosamente dato le fattezze materiali di un mezzo di trasporto che si sposta nel sottosuolo.

La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Foto di E. Rizzo)

Già dal primo capitolo si coglie la portata del retaggio di dolore della stirpe della protagonista e si intuisce quale sia il sistema di valori attraverso cui decodifica la realtà. Nel bagaglio che Cora porta con sé vi sono ben più che l’accetta, la pietra focaia e le patate dolci: vi sono le speranze, la rabbia, la muta disperazione di intere generazioni di afroamericani. Le pagine di questo romanzo sono intrise di brutalità, ma lo scrittore non indugia in descrizioni crudelmente minuziose né indulge nella gratuità della violenza.

“Significa prenderti ciò che è tuo, quello che ti appartiene, qualunque cosa pensi che sia. E tutti gli altri se ne stanno ai loro posti assegnati per permettertelo. Che siano i pellerossa o gli africani, devono arrendersi, sacrificarsi, in modo che noi possiamo ottenere ciò che ci spetta di diritto. I francesi che rinunciano alle loro pretese territoriali. Gli inglesi e gli spagnoli che si fanno da parte. A mio padre piaceva fare i suoi discorsi da indiano sul Grande Spirito”, proseguì Ridgeway. “Ma dopo tutti questi anni, io preferisco lo spirito americano, quello che ci ha fatti venire dal Vecchio Mondo al Nuovo, a conquistare, costruire e civilizzare. E distruggere quello che va distrutto. A elevare le razze inferiori. Se non a elevarle, a sottometterle. Se non a sottometterle, a sterminarle. Il nostro destino prescritto da Dio: l’imperativo americano”

Non è un libro perfetto. Le descrizioni di taluni personaggi risultano un po’ artefatte soprattutto laddove si scorgono, anzitempo, i prodromi di un inesorabile destino. Tra l’altro nella costruzione della narrazione si intravede il lavorio letterario dell’autore e ciò la rende meno credibile e potente. Mi riferisco in particolare ai capitoli interamente dedicati a personaggi secondari che, spesso, non aggiungono molto alla storia. Si tratta di notazioni “a margine” che corredano la narrazione, in modo piuttosto vago e poco coerente, come la sterilizzazione delle donne nere nella Carolina del Sud, di suggestioni cupe e descrizioni quasi caricaturali che, se da una parte risultano convincenti per gli ammiccanti riferimenti alla cultura pop e fumettistica, dall’altro tolgono forza e, in qualche modo, sminuiscono la portata della tematica affrontata.

Non è un libro perfetto. Ma è necessario. Soprattutto nella temperie culturale che stiamo vivendo, dominata com’è dalle nuove, recrudescenti ondate di razzismo. Da questo punto di vista, la vincita del Premio Pulitzer e del National Book Award non può non essere considerato un atto politico, un chiaro segnale della presa di coscienza di un fenomeno che sta assumendo contorni sempre più aberranti.

La piantagione di James Hopkinson (Foto di Henry P. Moore, 1862-63)

Alle avventure dei due giovani schiavi si accompagna, inoltre, la riflessione sulla nascita degli Stati Uniti d’America e sulla brutalità messa in atto ai danni di nativi americani e africani al fine di compiere il grande “Destino manifesto”. La sopravvivenza e la legge del più forte divengono il fondamento dell’imperativo americano, la necessità, quasi primordiale, che sottende alla nascita della nuova nazione. A questo punto diviene legittimo chiedersi se e quanto ancora oggi, dopo più di un secolo e mezzo, pesi, sul Nuovo Mondo, il fardello di dolore e crudeltà che ha lordato, fin dai suoi esordi, un sogno di democrazia e libertà.

“E anche l’America è un’illusione, la più grande di tutte. La razza bianca crede – ci crede con tutto il cuore – che sia suo diritto impadronirsi della terra. Uccidere gli indiani. Fare la guerra. Mettere in catene i propri fratelli. Questa nazione non dovrebbe esistere, se ci fosse giustizia a questo mondo, perché le sue fondamenta sono l’omicidio, il furto e la brutalità. Eppure siamo qui.”

Il mito americano nella letteratura di frontiera: Giorni senza fine

Sebastian Barry

Ho acquistato il mio primo romanzo western a scatola chiusa, attirata – devo ammetterlo – dalla copertina dai sognanti toni violacei. Non mi aspettavo che mi avrebbe al tempo stesso completamente conquistata, addolorata ed inondata di poesia.

Con questo titolo Sebastian Barry, scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, ha vinto, nel 2016, il Costa Book Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici.

Sebastian Barry (Foto di Alan Betson)

Vengono narrate le avventure di due giovani uomini, Thomas McNulty, protagonista e voce narrante, e John Cole; l’uno, sfuggito alla miseria e alla carestia irlandesi, giunge giovanissimo nelle terre occidentali del nuovo continente, l’altro è un ragazzino indigente di lontana ascendenza indiana. Dal loro incontro prenderanno avvio una serie di vicende rocambolesche che li vedranno sempre tenacemente uniti.

Il contesto storico è quello dell’America di metà Ottocento, quando le lande del West erano dilaniate da cruente lotte intestine e dalla soppressione dei nativi americani che lottavano strenuamente per difendere un territorio che apparteneva loro da sempre.

In Missouri, sotto una siepe, avviene il fatidico incontro tra Thomas e John che si ritroveranno a danzare travestiti da donna in un saloon per i minatori di Daggsville. Smessi i panni di ammalianti donzelle, non riuscendo più a dissimulare la loro ormai matura mascolinità, cercano fortuna in mezzo alle praterie di frontiera dove combatteranno prima contro gli indiani e poi tra le file degli abolizionisti durante la Guerra di Secessione. Sullo sfondo di scontri brutali e agghiaccianti atrocità si staglia la tenerezza dell’amore tra i due giovani uomini.

Giorni senza fine di Sebastian Barry (foto di E. Rizzo)

Nel romanzo di Barry si colgono le tematiche più spiccatamente western: dall’incontro con le tribù dei nativi americani all’ambientazione nel lontano West, ove hanno tradizionalmente luogo le vicende epiche legate alla nascita della nuova nazione. Il processo mitopoietico americano converge proprio qui, nelle lande sterminate occidentali, con la sovrapposizione del leggendario e selvaggio cowboy all’immagine storicizzata del neocittadino statunitense che trova ivi la sua terra promessa. Il mito della frontiera dunque, adattato (o meglio, manipolato) sulla scorta della retorica della marcia verso ovest come espressione della quintessenza dell’americanità (F.J. TURNER, La frontiera nella storia americana, 1975), rappresentava pertanto l’atto fondativo dell’identità nazionale, imprescindibile per i futuri scenari imperialistici che ne sarebbero scaturiti.

La rivisitazione delle vicende occidentali in chiave mitica e letteraria si esplica attraverso la definizione di un archetipo culturale di confine, ovvero attraverso la dimensione dell’ignoto, del viaggio, dell’avventura e del soverchiante dispiegamento di una natura selvaggia ed incontaminata.

Se Giorni senza fine in parte si discosta dalle più consuete narrazioni di genere, non se ne possono non intuire i rimandi. Il romanzo in realtà supera i confini della frontiera smussando la ferocia e l’iniquità delle vicende guerresche con una prosa icastica, seppure dotata di grande lirismo, e attraverso misurate riflessioni esistenziali che hanno però il pregio di aprire piccoli e indelebili squarci nell’animo.

Il tempo per noi non era una cosa che aveva fine, sarebbe andato avanti per sempre, così com’era in quel momento. Non so se riesco a spiegare che voglio dire con questo. Ricordo che in quegli anni eterni a certe cose non ci pensavo. Lo sto facendo adesso, mentre scrivo queste parole in Tennessee. Sto pensando ai giorni senza fine della mia vita. Adesso non è più così.

La battaglia di Cold Harbor in un dipinto dell’epoca (Kurz & Allison, 1888 circa)