Il mito americano nella letteratura di frontiera: Giorni senza fine

Sebastian Barry

Ho acquistato il mio primo romanzo western a scatola chiusa, attirata – devo ammetterlo – dalla copertina dai sognanti toni violacei. Non mi aspettavo che mi avrebbe al tempo stesso completamente conquistata, addolorata ed inondata di poesia.

Con questo titolo Sebastian Barry, scrittore, poeta e drammaturgo irlandese, ha vinto, nel 2016, il Costa Book Award, uno dei più prestigiosi premi letterari britannici.

Sebastian Barry (Foto di Alan Betson)

Vengono narrate le avventure di due giovani uomini, Thomas McNulty, protagonista e voce narrante, e John Cole; l’uno, sfuggito alla miseria e alla carestia irlandesi, giunge giovanissimo nelle terre occidentali del nuovo continente, l’altro è un ragazzino indigente di lontana ascendenza indiana. Dal loro incontro prenderanno avvio una serie di vicende rocambolesche che li vedranno sempre tenacemente uniti.

Il contesto storico è quello dell’America di metà Ottocento, quando le lande del West erano dilaniate da cruente lotte intestine e dalla soppressione dei nativi americani che lottavano strenuamente per difendere un territorio che apparteneva loro da sempre.

In Missouri, sotto una siepe, avviene il fatidico incontro tra Thomas e John che si ritroveranno a danzare travestiti da donna in un saloon per i minatori di Daggsville. Smessi i panni di ammalianti donzelle, non riuscendo più a dissimulare la loro ormai matura mascolinità, cercano fortuna in mezzo alle praterie di frontiera dove combatteranno prima contro gli indiani e poi tra le file degli abolizionisti durante la Guerra di Secessione. Sullo sfondo di scontri brutali e agghiaccianti atrocità si staglia la tenerezza dell’amore tra i due giovani uomini.

Giorni senza fine di Sebastian Barry (foto di E. Rizzo)

Nel romanzo di Barry si colgono le tematiche più spiccatamente western: dall’incontro con le tribù dei nativi americani all’ambientazione nel lontano West, ove hanno tradizionalmente luogo le vicende epiche legate alla nascita della nuova nazione. Il processo mitopoietico americano converge proprio qui, nelle lande sterminate occidentali, con la sovrapposizione del leggendario e selvaggio cowboy all’immagine storicizzata del neocittadino statunitense che trova ivi la sua terra promessa. Il mito della frontiera dunque, adattato (o meglio, manipolato) sulla scorta della retorica della marcia verso ovest come espressione della quintessenza dell’americanità (F.J. TURNER, La frontiera nella storia americana, 1975), rappresentava pertanto l’atto fondativo dell’identità nazionale, imprescindibile per i futuri scenari imperialistici che ne sarebbero scaturiti.

La rivisitazione delle vicende occidentali in chiave mitica e letteraria si esplica attraverso la definizione di un archetipo culturale di confine, ovvero attraverso la dimensione dell’ignoto, del viaggio, dell’avventura e del soverchiante dispiegamento di una natura selvaggia ed incontaminata.

Se Giorni senza fine in parte si discosta dalle più consuete narrazioni di genere, non se ne possono non intuire i rimandi. Il romanzo in realtà supera i confini della frontiera smussando la ferocia e l’iniquità delle vicende guerresche con una prosa icastica, seppure dotata di grande lirismo, e attraverso misurate riflessioni esistenziali che hanno però il pregio di aprire piccoli e indelebili squarci nell’animo.

Il tempo per noi non era una cosa che aveva fine, sarebbe andato avanti per sempre, così com’era in quel momento. Non so se riesco a spiegare che voglio dire con questo. Ricordo che in quegli anni eterni a certe cose non ci pensavo. Lo sto facendo adesso, mentre scrivo queste parole in Tennessee. Sto pensando ai giorni senza fine della mia vita. Adesso non è più così.

La battaglia di Cold Harbor in un dipinto dell’epoca (Kurz & Allison, 1888 circa)